Italia ’90, a Palermo arriva il Mondiale: città senz’acqua, ma c’è la birra

ALE. C’è una luce in fondo al tunnel degli anni Ottanta. Palermo aspetta questo giorno da una vita. I riflettori del pianeta sono puntati sulla Favorita, quando Ruud Gullit sbuca in campo con la fascia al braccio, insieme al capitano avversario, Gamal Abdelhamid. Olanda-Egitto, Palermo ha il suo Mondiale. Anche “Ciao”, il simbolo di Italia ’90, sbarca in viale del Fante. Ed è una liberazione. Il Grande Evento era stato messo in dubbio più volte per troppi motivi. Ritardi agghiaccianti, polemiche, macerie e quattro operai vittime di una fine orribile: schiacciati e sfigurati dopo un volo di 30 metri. Dai morti nel cantiere palermitano, ai problemi economici e burocratici, al gigantesco giro d’appalti che scuote interessi di ogni tipo, quando la mafia – protagonista indiscussa – era tutto fuorché silenziosa.

La notte mondiale trova le sue origini nel 1987, 30 anni fa. Il sindaco è sempre Leoluca Orlando: ottiene la benedizione del governo per un progetto di potenziamento della vecchia Favorita e fa partire una corsa contro il tempo lastricata di difficoltà. Dopo un anno di intoppi il Consiglio comunale approva la delibera per la richiesta di finanziamento di 25 miliardi (di lire) per ampliare lo stadio.  L’operazione mondiali a Palermo affronta anche il grosso problema dei parcheggi: ci sono in progetto tre mega-parking, tra cui l’ipotesi di collegarne uno direttamente alla zona stadio, con un tunnel sotterraneo in via Libertà. Non se ne farà niente. Il percorso che porta i mondiali a Palermo è tragico. Ma il 12 giugno arriva e spazza via le polemiche. A Palermo sbarcano prima Olanda e Egitto. Cinque giorni dopo tocca all’Irlanda. 

La città è invasa da tifosi. E mentre gli egiziani colonizzano Mondello, passeggiando sul lungomare per trascorrere la lunga attesa prepartita, gli olandesi innaffiano la tensione con l’alcol. Si tuffano nella zona della Cala e familiarizzano con vino e scirocco. Incrociandosi con gli irlandesi, che nella settimana palermitana si sono fiondati al “The Navy”, la birreria di Porta Carbone. Il quartier generale è in via Principe di Belmonte, colorata di verde per l’occasione. Olandesi e irlandesi si divertono e si fanno arrostire dalla canicola di giugno, mentre il divieto di vendere alcolici vale solo nei pressi dello stadio.

E i palermitani? L’euforia si mischia con la rabbia. Perché in fondo Palermo è stata l’unica squadra a giocare fuori casa per due anni (c’è il famoso trasloco a Trapani con 20 abbonati), la società ha sfiorato il secondo fallimento e come se non bastasse due settimane prima di Italia ’90, i rosa hanno perso in extremis campionato e Coppa Italia di C (memorabili i rigori con la Lucchese, con errore decisivo di Cancelli dopo il gol di Bresciani, bravo a sfilare la palla al portiere che si allaccia le scarpe).

Ma più che arrabbiati, i palermitani sono assetati. Sete di calcio e di acqua. All’esterno del quadrilatero di Italia ’90 tra stadio e piazza Alcide De Gasperi, esplode la rivolta, perché mezza città affronta l’emergenza idrica. I rubinetti sono a secco, fa caldissimo e i palermitani si ribellano dando vita a blocchi stradali, incendiando cassonetti dell’immondizia e rovesciandoli sull’asfalto rovente. La gente – per dar forza alla propria protesta – si sposta nei pressi dello stadio, dove ci sono i riflettori mondiali. Arrivano dalla Noce, da Brancaccio e dallo Zen. E’ una ribellione feroce, che sconfina pure sulla linea ferrata. Una muraglia umana invade i binari e blocca i treni in transito per il Continente. E’ la rivolta dei silos, uno dei simboli della Palermo di fine anni Ottanta. Ma la priorità è fronteggiare le richieste di alberghi e ristoranti nei giorni del Mondiale. E con gli occhi di un pianeta addosso l’obiettivo è evitare altre figuracce. Perché Palermo ne ha già fatte abbastanza.

Vedi Napoli e poi piove: il Palermo e il buon vento a Benevento

ALE. Estate 2001, la data è segnata in rosso. Si sogna: il 2 dicembre il Palermo tornerà a Napoli. Vengono compilati i calendari della B, riaffioriano subito storie di lacrime. Di gioia e rabbia. Si intrecciano i momenti clou della storia rosanero. Nel 1972 il San Paolo ospita Sorrento-Palermo: là i ragazzi di Ninetto De Grandi conquistano l’ultima promozione in A. Un esodo di massa accompagna Sgrazzutti, Arcoleo, Vanello e gli altri compagni al traguardo. La città è in fermento per una settimana. I giocatori riescono a stento a camminare per strada. Lo 0-0 finale porta il Palermo in A. Sette anni dopo c’è una finale di Coppa Italia, contro la Juventus. Ancora una “diaspora” verso il San Paolo. Questa però è una cronaca di un racconto impossibile. Appena sfiorata, perché il Palermo perde contro la Juventus a tre minuti dalla fine dei tempi supplementari, e di quella notte tutto è già stato detto.

Nel 2001 i rosa tornano in B e si “allineano” di nuovo al Napoli. Il viaggio al San Paolo però sfuma in extremis. Il quartiere olimpico di Fuorigrotta è ancora segnato dal nubifragio di metà settembre. I danni dell’ultima alluvione costringono il club partenopeo a “dirottare” il match con il Palermo a Benevento. I tifosi rosanero non la prendono bene. Il gustoso posticipo del lunedì sera perde una valanga di fascino. Niente San Paolo, si gioca in uno stadio un po’ sgangherato, sicuramente senz’anima: il Santa Colomba di Benevento. La squadra di casa – che ieri ha festeggiato per la prima volta lo storico approdo in A – nuota in fondo alla classifica di C. Anche il Napoli è un piccolo Napoli. I tifosi azzurri boicottano la partita.

Al Santa Colomba si presentano in mille. Il Napoli di Vidigal e Jankulovski è quattordicesimo. Sta molto più su il Palermo di Mutti, che si presenta a Benevento col morale alle stelle, 5 punti di vantaggio e 300 fedelissimi al seguito. La partita va in diretta tv su Stream. E chi l’ha vista non la dimentica. Perché a Benevento si vede il miglior Palermo dell’anno. I rosa perdono 3-2 in nove contro undici, condannati da un calcio di rigore discutibile. Una partita che a tratti sembra un romanzo. Segna subito Guidoni, pareggia Vidigal.

Ma i Mutti boys frullano gioco, dominano con le ali, pressano, rubano palla e ripartono. Già all’undicesimo tornano in vantaggio dopo un assolo sulla fascia di Bombardini che viene steso nei pressi dell’area. Punizione, bomba di Amerini, gol. Poi succede che Sicignano fa un paperone e si fa beffare da Stellone, Marco Aurelio viene espulso e l’arbitro Messina regala il rigore del 3-2. Segna di nuovo Stellone. Poi Ferri lascia il Palermo in 9, che ci prova fino a 95′. Cappioli su punizione sfiora il clamoroso 3-3. E’ stata una partita bellissima. La migliore dell’era Mutti. Che a fine partita si sfoga così: “Mi dispiace, questa volta non si può proprio stare zitti”. Ricordi di una notte di 16 anni fa. Quando nella mappa del calcio ancora Benevento non esisteva.

7 giugno, il fallimento, la Battipagliese: lo Schettino che affondò il Palermo

ALE
Nuvole gonfie di pioggia, cielo scuro, sinistri presagi. I fantasmi del fallimento anticipano l’estate e si appollaiano sui gradoni del Barbera. E riportano a galla vecchi incubi nel compleanno più triste del Palermo. Diciannove anni fa esatti, in un altro 7 giugno, il club rosanero è affondato da Schettino. Che non è ancora il comandante della Costa Concordia, ma soltanto il portiere della Battipagliese, famoso per avere giustiziato il Palermo in un afoso pomeriggio da cani. E’ il 1998, tempi duri. C’è da salvare la C1 e ribaltare lo 0-1 rimediato sette giorni prima in Campania. Basterebbe un golletto, pensano tutti.

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23 anni senza Agostino Di Bartolomei: con il Palermo le sue ultime sconfitte

ALE
Un colpo di pistola. Poi il silenzio. Così 23 anni fa – in una mattina di un altro 30 maggio – ci lasciava uno dei calciatori più forti: Agostino Di Bartolomei. Capitano silenzioso, vinto dai tormenti. “Ago” ha iniziato a spegnersi quando il pallone si è sgonfiato. Perché prima o poi quel momento arriva. Apri il borsone per l’ultima volta, prendi le scarpe e le appendi al chiodo. E’ l’incubo di quasi tutti i calciatori. Anche Totti, il capitano dell’altro scudetto romanista, domenica ha confessato di avere paura. C’è un “prima”, fatto di gol, esultanze, partite. Il “dopo”, invece, spesso è un salto nel buio.

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