Archivi categoria: Mafia

La morte di un ragazzo perbene: Fabio Mazzola, ucciso per una telefonata alla donna di un boss

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Ucciso per una telefonata di pochi minuti alla fidanzata di un boss mafioso. E’ morto così 25 anni fa esatti Cosimo Fabio Mazzola in una sera di un altro 5 aprile, quello del 1994. La vittima aveva 27 anni. Ucciso come un boss, nonostante fosse un bravo ragazzo, completamente estreneo ai quadri criminali. Mazzola stava rincasando nel suo appartamento di San Cipirello a bordo della sua Fiat Tipo rossa. Poi l’agguato, ad opera di un commando guidato da Enzo Brusca.

Cosimo Fabio viene ucciso per “gelosia”. La sua colpa? Era stato fidanzato con Laura Agrigento, figlia del capomafia Giovanni, e andata poi in sposa – su volere del padre – al mafioso Giuseppe Monticciolo, una testa calda che aspira a diventare uomo d’onore. E che chiede e ottiene dai sui capi, i fratelli Enzo e Giovanni Brusca, il permesso di eliminare l’ex rivale in amore per difendere “l’onorabilità” della moglie. Una sentenza di morte che viene eseguita la sera di 25 anni fa.

Fabio e Laura erano stati costretti a interrompere la loro relazione per volontà del boss Giovanni Agrigento. Mazzola si fece da parte, comprendendo il rischio cui andava incontro. Una decisione sofferta anche per Laura, che per un po’ però manifesta rimpianti per la storia interrotta, nonostante il successivo fidanzamento con Monticciolo. Che per indenterci è tra i responsabili (insieme a Giovanni Brusca) del sequestro e della brutale uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santo, assassinato per costringere il padre a ritrattare.

A spiegare come sono andate le cose è stato nove anni dopo, nel 2003, Enzo Brusca. Confessò di aver ucciso personalmente Cosimo Fabio Mazzola perché aveva osato telefonare alla fidanzata di Giuseppe Monticciolo. Mazzola, secondo il pentito, voleva riallacciare la relazione con la donna. Tesi sempre smentita dai familiari della vittima che hanno sostenuto che non fosse Fabio a telefonare, ma Laura a cercarlo”.

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L’agente dell’Ucciardone ucciso per aver visto un pizzino: “Un omicidio come regalo di Natale tra i boss”

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Aprile 1995. Durante l’ora d’aria in carcere all’Ucciardone, a un certo punto si trovano a distanza ravvicinata un paio di pezzi gorssi di Cosa Nostra. Sono Mariano Agate, il capo della mafia di Mazara, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano e Raffaele Ganci, tutti e tre boss palermitani. Un agente nota uno strano movimento, decide di far perquisire i quattro.

Lui è Giuseppe Montalto, 30 anni, agente scelto della polizia penitenziaria. Dopo aver prestato servizio al carcere Le Vallette di Torino, da un paio d’anni è a Palermo, all’Ucciardone, nella sezione di massima sicurezza, quella riservata ai boss. Improvvisamente Montalto vede Raffaele Ganci far scivolare un foglietto dietro una tubatura. Prende quel foglietto e lo consegna al suo superiore raccontando quello che ha appena visto. Per avere intercettato quel “pizzino” l’agente viene condannato a morte dai boss.

E in effetti i boss aspettano appena otto mesi. E’ il 23 dicembre 1995 (23 anni fa esatti) l’antivigilia di Natale. Due killer, a Trapani, lo aspettano davanti alla casa del suocero, non curanti del fatto che Montalto sia con la moglie Liliana e la figlia di 10 mesi. L’agente viene ucciso. Il delitto fu considerato un avvertimento dei vertici di Cosa Nostra nei confronti del trattamento dei boss nelle carceri. Liliana vede accasciarsi il marito, senza poter far nulla. Mesi dopo saprà che in grembo portava la loro seconda figlia.

Anni dopo un pentito, Francesco Milazzo, rivela che Montalto è stato ucciso perché aveva sequestrato un bigliettino fatto arrivare in carcere ai boss Mariano Agate, Raffaele Ganci e Giuseppe Graviano. Per l’omicidio è stato condannato all’ergastolo Vito Mazzara. Giuseppe Montalto fu ucciso perché i mafiosi in libertà dovevano fare avere un regalo ai mafiosi detenuti al 41 bis. E l’omicidio di Giuseppe Montalto fu il regalo di Natale. Fu la risposta della cupola contro il 41 bis, il regime di carcere duro. Montalto venne “punito” per l’inflessibilità dimostrata nei confronti dei detenuti mafiosi mentre era in servizio nel penitenziario palermitano.

Un delitto deciso nel corso di summit di mafia nel quale c’era anche il pentito Giovanni Brusca. Il collaboratore di giustizia spiegò che “quell’uccisione aveva un valore simbolico di monito nei confronti delle altre guardie carcerarie in quanto in quel periodo circolava la voce che nelle carceri di Pianosa e dell’Asinara si verificavano maltrattamenti ai danni dei detenuti”.

Una risata, poi due killer uccidono Michele Reina in via Principe di Paternò

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Michele Reina ha 47 anni. Da tre è segretario provinciale della Dc. Il 9 marzo 1979 è un venerdì, come oggi. Sono le 22.20 quando il politico sta per accomodarsi nella sua Alfetta 2000 con la moglie Marina, di 35 anni, e una coppia di amici, Mario Leto (ex direttore amministrativo della più grande casa vinicola siciliana, la Corvo), 43 anni – amico d’infanzia – e la moglie. Siamo in via Principe di Paternò: Reina ha da poco lasciato la casa di un amico dove ha cenato. All’improvviso una Ritmo grigia affianca l’Alfetta. Scendono due giovani a volto scoperto, mentre un complice rimane al volante.

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Ucciso a 31 anni: Donato, l’ingegnere che non si è piegato alla mafia

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La sera del 2 marzo di 30 anni fa Donato Boscia stava tornando a casa. Lui, barese di Gioia del Colle, giovane ingegnere di 31 anni lavorava per la Ferrocementi di Roma e in poco tempo aveva già fatto tanta carriera. Lo mandarono in Sicilia, gli assegnarono la direzione del cantiere per l’acquedotto a Palermo. Il suo compito era quello di sfondare il Monte Grifone. Una sezione dell’acquedotto siciliano sul quale la mafia non era riuscita a mettere le mani.

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