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Trent’anni fa a Palermo: il graffio della Pantera, l’ultimo sussulto giovanile del Paese

ALE

Oggi i ragazzi del ’90 sono dei cinquantenni. Avvocati, manager, professionisti. Furono loro i protagonisti della Pantera, l’ultimo vero sussulto giovanile capace di scuotere un Paese intero. Sì, sono passati 30 anni. Tutto ebbe inizio da una banalissima occupazione di facoltà nell’università di Palermo. Da poco avevano smesso di soffiare i venti della contestazione, il Sessantotto era lontano ma non troppo, il muro di Berlino era appena caduto e il mondo era in fermento. A Palermo la Pantera uscì allo scoperto nelle aule di viale delle Scienze. Un graffio che divenne scintilla e che presto si trasformò in incendio, infiammando l’intero sistema dell’Università italiana.

La facoltà di Lettere di Palermo fu la prima a essere occupata. Il felino nero posò i suoi artigli nelle mattine di inizio dicembre del 1989 per poi diffondersi in tutta Italia tra gennaio e marzo del 1990. Mattine che divennero pomeriggio e poi notti. I ragazzi palermitani contestavano sia le pessime condizioni materiali della facoltà di Lettere, sia la riforma universitaria voluta dall’allora ministro Antonio Ruberti, preoccupati com’erano di come la politica stesse affrontando un cardine della società italiana: l’istruzione.

Erano giorni caldi che si accavallavano a quelli in cui un esemplare di pantera – vera – era in fuga dallo zoo di Roma ed era segnalato ovunque. Era la notte del 27 dicembre quando il felino venne avvistato per la prima volta in mezzo a via Nomentana. Poco dopo una volante della polizia confermò l’avvistamento. Da qui l’inizio di una lunga quanto vana caccia alla pantera. Una vicenda che diede il nome “ufficiale” alla protesta partita da Palermo.

Non c’era internet: gli studenti palermitani fecero sentire la propria voce che si sparse in tutta Italia. Entusiasmo, passione, idee, rabbia: in pochi giorni a Palermo, dopo Lettere, altre sette facoltà furono occupate. Il 20 dicembre sempre a Palermo si svolse una grande manifestazione che coinvolse circa diecimila studenti universitari e medi. Già a febbraio più di 100 facoltà in tutta Italia erano state occupate dai movimenti studenteschi per discutere del progetto Ruberti che prevedeva una trasformazione netta in senso privatistico delle Università italiane, poiché permetteva il finanziamento privato delle ricerche e l’ingresso delle aziende nei consigli di amministrazione degli Atenei. Il movimento della Pantera si dichiarò “politico apartitico, democratico, non-violento ed antifascista”. Da 115 le facoltà occupate divennero 170.

Il 1º febbraio venne convocata a Palermo la prima assemblea nazionale del movimento, a cui parteciparono migliaia di studenti. Altro che Whtasapp: per sviluppare le comunicazioni interne i ragazzi palermitani usarono una “retefax” che divenne uno dei segni di riconoscimento degli studenti, precursore delle attuali e diffuse mailing list. Le proteste per giorni tennero banco sulle prime pagine dei quotidiani nazionali.

Tutto iniziò e tutto finì a Palermo. L’ultima università a smobilitare fu infatti proprio a Palermo. L’inverno era finito da poco. Stanca, provata, sfiancata, minacciata e ingabbiata: la pantera esalò gli ultimi respiri quando la primavera era appena sbocciata. L’ultima facoltà a smobilitare fu Architettura, il 9 aprile 1990, dopo 127 giorni di occupazione. Il movimento, che non graffiava più, si sciolse per sempre e ognuno prese la propria strada.

Trent’anni dopo, quel movimento è apparentemente dimenticato. Eppure gli studenti che lottavano per un’Università che rispondesse alle loro esigenze in una società dell’informazione in piena trasformazione, sono cresciuti forti anche di quell’esperienza. Hanno preso strade diverse portando sempre con sé la volontà di cambiare il mondo. Perché in fondo la Pantera resta, ancora oggi, l’ultimo grande sussulto giovanile capace di scuotere l’Italia.

Quaranta anni fa la tragedia aerea di Punta Raisi: “Così furono salvati i naufraghi”

ALE. La mezzanotte è passata da 38 minuti, quando l’aereo Alitalia 4128 partito da Fiumicino e diretto a Punta Raisi, precipita in mare a poche centinaia di metri dalla pista, davanti alla costa di Cinisi, proprio mentre era pronto all’atterraggio. A bordo ci sono 129 persone tra passeggeri e membri dell’equipaggio. E’ la cronaca di una delle notti più buie della storia palermitana. Era un 23 dicembre, come oggi. Era il 1978, esattamente 40 anni fa. Una tragedia incastrata tra il disastro di Montagna Longa e la sciagura di Ustica.

Tutta colpa, probabilmente, di un’illusione ottica. Di quello che in gergo viene chiamato black hole approach. Perché può raramente succedere che di notte, con particolari condizioni meteo (ovvero nuvole a bassa quota) le luci della pista si possano riflettere sulle nubi e in mare, dando l’impressione che la pista si possa trovare alcune centinaia di metri prima della sua posizione reale. Mare, cielo, buio diventano improvvisamente un tutt’uno in quella fredda notte di dicembre. Come riportano le ricostruzioni dell’epoca l’incidente viene subito attribuito a un errore dei piloti, che a torto pensavano di essere più vicini all’aeroporto di arrivo di quanto in realtà fossero.

E’ risultata fatale per questo motivo la decisione di effettuare la discesa finale con troppo anticipo. I piloti proseguirono la manovra di discesa, ormai divenuta pericolosa, in quanto non si scorgevano le luci dell’aeroporto. Negli ultimi nove secondi del volo, però, l’aereo vola quasi allo stesso livello del mare, alla velocità di 150 nodi (280 km/h). Terrificante lo scontro con l’acqua con l’ala destra: l’aereo si spezza in più tronconi e affonda.

La maggior parte delle vittime muore nell’impatto, alcuni perdono la vita per le temperature rigide dell’acqua marina. Le vittime sono 108, tra loro tutti i 5 membri dell’equipaggio. Muore anche l’autore televisivo Enzo Di Pisa insieme con la sua famiglia. Nel cuore della tragedia si materializza però il miracolo. La cronaca appunta infatti 21 superstiti.

A distanza di 40 anni, don Gaetano Ceravolo, “reggente” del santuario di Santa Rosalia, ha voluto onorare i caduti di quel tragico 23 dicembre con una messa in cima a Monte Pellegrino, e ha poi dato appuntamento alla Stele della Memoria a Punta Raisi. Un’iniziativa fortemente voluta dalla pittrice Daniela Verduci, nipote dei due pescatori, i cugini Verduci (stesso nome: Benedetto), che hanno salvato 21 passeggeri. A raccontare come sono andate le cose è proprio la donna.

“I miei zii – dice a PalermoToday – oggi non ci sono più”. Ma quello che hanno fatto – con i loro pescherecci – è storia. “Entrambi solitamente pescavano nella zona del Trapanese – ricorda – e quel 23 dicembre, poco dopo la mezzanotte, stavano rientrando a casa, a Palermo. A bordo delle loro imbarcazioni decisero di fare l’ultima pescata per la famiglia, come si è soliti fare in vista del Natale, visto che era l’antivigilia. La loro era un’andatura lenta. Improvvisamente, in prossimità di Palermo videro un aereo che si avvicinava all’aeroporto con una manovra insolita”. I due Verduci furono testimoni diretti della tragedia.

“L’aereo precipitò in mare e si attivarono entrambi per i soccorsi – racconta la pittrice -. Non esitarono a tagliare le reti cariche di pesci. Uno dei due fece salire sul suo peschereccio 15 persone, il Nuovo Pacifico, l’altro invece riuscì a portare in salvo sei persone, sull’altra imbarcazione chiamata Santa Rita. L’aereo si era spezzato in tre tronconi. I passeggeri del troncone centrale riuscirono a venir fuori dall’aereo, mentre le altre due parti si inabissarono subito”.

C’è chi nuotando nel buio e sfidando l’acqua gelida, si aggrappò alla vita. “Ma in molti – dice Daniela Verduci – non riuscirono a salvarsi e scivolarono definitivamente in mare. C’era chi si aggrappava l’uno con l’altro per salire sui pescherecci e la presa risultava viscida per la notevole presenza di kerosene rilasciato dai motori dell’aereo. Ai tempi non c’erano i soccorsi che ci sono oggi. In tanti affondarono, ma in 21 guadagnarono miracolosamente la salvezza”. Schegge di vita nella notte più buia.

 

16 dicembre 1979: aereo americano sfiora i tetti di Palermo e si schianta su una casa a Capaci

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Quel che rimase del Grumman dopo lo schianto a Capaci (foto Attilio Albergoni)

ALE
Palermo 0, Monza 3. Guerriglia alla Favorita, pietre e bastoni in campo. Cinque poliziotti feriti, macchine all’esterno dello stadio danneggiate. E’ questo l’argomento più chiacchierato la sera del 16 dicembre 1979, 39 anni fa esatti. E’ una domenica, che sta volando via. Ma sulla testa dei palermitani sta volando anche un Grumman Prowler EA-6B dell’aviazione di Marina degli Stati Uniti. Chi abita nei piani alti improvvisamente sente il forte rumore di un motore d’aereo. E’ un “Predatore”, un aereo da guerra elettronica imbarcabile su portaerei, che sorvola basso la città. La sensazione è di quelle mai provate: il velivolo sfiora i palazzi e lascia intendere che ha dei problemi.

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10 dicembre 1988: Giucas Casella ipnotizza le mani di un bambino palermitano e… lo porta da Maradona

collage casella maradona montesano oxa

FRANK
Sabato 10 dicembre 1988, in tv su Raiuno, passano Fantastico 9, milioni di italiani sono incollati al piccolo schermo per il varietà abbinato alla Lotteria Italia. Enrico Montesano e Anna Oxa presentano l’edizione che verrà ricordata per il record di biglietti venduti: 38 milioni. Si canta, si balla e… ci si ferma. Sì, perché tra gli ospiti quella sera c’è Giucas Casella, che sta venendo alla ribalta per i suoi esperimenti di ipnosi. “Quando lo dico io!”, ripete il mago di Termini Imerese, Giuseppe Casella, detto Giucas dalle iniziali di nome e cognome. “Quando lo dico io!”, “Quando lo dico io!” insiste il mago fino a quando gli ospiti al Teatro delle Vittorie non rimangono con le dita incollate. Poi è lo stesso Giucas a spezzare l’incantesimo. A mille chilometri di distanza, a Palermo, però, qualcosa non va per il verso giusto: Dino (nome di fantasia), un bambino di otto anni, che sta seguendo Fantastico in tv, ascolta Giucas e, nonostante il mago abbia detto di non provarci a casa, incrocia le mani e non riesce più a staccarle.

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