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Impresa da pazzi: quel Piper in volo da New York a Palermo in solitaria e senza scalo per 33 ore

ALE

In volo da New York a Palermo con un Piper, in solitaria e senza scalo. Apre con questa notizia il New York Times la mattina del 24 giugno 1958, 62 anni fa esatti. La trasvolata atlantica di Max Conrad fa in poche ore il giro del mondo. Ed è una storia tutta palermitana, rivissuta e rimasta scolpita nell’eternità anche grazie al racconto del pilota palermitano Willy Ribolla. Nel giugno del 1958 l’aeroporto di Boccadifalco fu meta di una delle più straordinarie imprese aviatorie del mondo. Max Conrad, pilota collaudatore effettuò una trasvolata atlantica, senza scalo, con un piccolo Piper Comanche, velivolo monomotore da 250 hp.

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Il mistero del palermitano tornato da Cuba senza organi, il fratello: “26 anni di tormenti”

 

 

 

ALE. “Mio fratello è andato a Cuba per una vacanza, è tornato a Palermo dentro una bara di cartone, irriconoscibile e privo di tutti gli organi”. Per morire di maggio ci vuole tanto, troppo coraggio, cantava Fabrizio De Andrè. Ma andatelo a spiegare a chi ha dovuto inghiottire 26 anni di silenzi. Di tormenti e angosce. La famiglia di Antonio Ciacciofera, giovane bancario palermitano morto nel 1994 a Cuba in circostanze misteriose, è precipitata dritta all’inferno in un giorno di fine primavera. Antonio aveva 24 anni. “Incidente stradale”, è la versione ufficiale. Una versione che si è sbriciolata tra sospetti e ombre. Perché la storia di questo ragazzo palermitano è un devastante cammino nell’inferno. Adesso, a distanza di tanti anni, Michele Ciacciofera, il fratello più grande, ha rispolverato così la tragica fine di Antonio. Un caso finito alla ribalta delle cronache internazionali e subito silenziata dalle istituzioni, su cui si agitano gli spettri di una violenza cieca: il sequestro, le torture, una morte lenta. E poi ancora: il corpo quasi decapitato e il muro di gomma su cui ha sempre rimbalzato la famiglia del giovane palermitano.

La certezza è che la vita di Antonio è finita in un giorno di maggio. Non c’è più stato ritorno. Anzi, quel “ritorno” è stato raccontato dai giornali e telegiornali di tutta Italia sin da subito e fino a metà giugno del 1994, 26 anni fa esatti. I quotidiani e i tg descrivono l’arrivo della salma del ragazzo palermitano all’aeroporto di Fiumicino, dove poi il corpo fu trasportato fino a Palermo ma sempre privatamente, come sostiene la famiglia, “perché non siamo mai stati assistiti dallo Stato”. E da quel momento i contorni tingono la storia di macabro. Il corpo del bancario viene infatti “svuotato”. Il giovane palermitano torna nella sua città privo degli organi interni: cuore, fegato e reni. Gli sono stati espiantati tutti, ad eccezione delle cornee.

“Mio fratello non è stato torturato, è stato demolito. Aveva l’osso occipitale rotto, le due clavicole rotte, come tutte le ossa delle braccia e le gambe. Anche il bacino era rotto in più punti”. Michele Ciacciofera è il fratello maggiore di Antonio. Adesso ha 51 anni, è un noto artista. Ricorda nitidamente quei giorni del 1994. “Dopo il clamore iniziale – dice – la storia è finita presto nel dimenticatoio, nonostante una corrispondenza intercorsa tra il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e la nostra famiglia perché ci hanno chiesto di non andare avanti, così la verità è stata insabbiata e seppellita dai silenzi”.

Antonio, secondo di tre figli, è un ragazzo che la vita la prende a morsi. Ha il pallino dei viaggi, se lo può permettere. Lavora infatti alla sede della Banca commerciale di Corigliano Calabro dipendendo dalla direzione generale, ha una vita piena di svaghi, è un appassionato giocatore di pallacanestro. Ma cosa è successo in quei giorni? Ecco la ricostruzione dei fatti fornita dal fratello. “Antonio è partito da Palermo il 6 maggio. Inizialmente la prima tappa della sua vacanza era Madrid, da dove doveva poi raggiungere la Costa Rica e quindi Cuba. Ai Caraibi sarebbe dovuto andare con un amico di Napoli. A Madrid l’aspettava Ana Maria Lopez, figura chiave in questa vicenda, una sua amica spagnola, tour operator, che aveva organizzato il viaggio. Antonio alla fine è partito senza il suo amico italiano perché la ragazza gli ha comunicato che il volo per Madrid e poi la prosecuzione per i Caraibi era per una persona sola. Ricordo che quella mattina Antonio mi ha chiamato, è l’ultima volta che ci siamo sentiti. Gli ho detto: ‘Ma ci sei andato da poco a Cuba, perché torni lì?’. Lui mi ha risposto che Ana Lopez aveva un tumore e stava per morire e quindi lei voleva fare l’ultimo viaggio con mio fratello”.

Da allora nessuna traccia. “Eccetto una telefonata arrivata a casa mia (che abitavo da solo) nel cuore della notte, qualche giorno dopo. Una voce mi ha gridato: ‘Aiuto'”. Il 19 maggio la peggiore delle notizie. “Preciso che i miei genitori da mio fratello non avevano più ricevuto telefonate da quel 6 maggio ma all’epoca i cellulari (c’erano quelli giganti) non erano abilitati per le chiamate internazionali. Quel 19 maggio piomba la polizia nella casa della mia famiglia a Pallavicino e comunica che Antonio era morto dopo un incidente. Io abitavo a Siracusa ai tempi, così raggiungo subito i miei genitori”.

Il giovane bancario palermitano si trovava in vacanza nell’unico angolo di Cuba rimasto regno di turisti, ovvero la spiaggia di Varadero. Secondo la versione ufficiale, Antonio sarebbe morto in ospedale per le conseguenze di un incidente automobilistico lungo la strada che porta a Trinidad, all’interno del Paese, a duecento chilometri dalla costa. Una morte che sarebbe arrivata dopo tre giorni di ricovero.

“La sera del 20 o 21 chiama Ana Lopez da una cabina telefonica: noi la cercavamo in tutti i modi contattando anche ambasciata e Farnesina. Lei ci rivela che è in pericolo, e ci dice che la storia dell’incidente non è vera e che ‘i programmi non erano questi, Antonio è stato ammazzato dai medici’. Poi però ci comunica che deve andare subito al consolato italiano dove l’aspetta un funzionario. Quindi ci promette che avrebbe richiamato per spiegarci meglio. In realtà non l’ho più sentita. E il consolato italiano a quel punto non ci risponde più offrendo protezione alla Lopez senza un apparente motivo piuttosto che occuparsi di informare noi. Erano giorni concitati, noi tentavamo di riavere indietro il corpo di mio fratello e credevamo ancora alla versione dell’incidente. Al consolato abbiamo subito chiesto una bara con un oblò di vetro per riconoscere mio fratello. Ci fanno pagare 5 mila dollari di supplemento per pagare solo l’oblò, che all’epoca era una cifra sproporzionata, una somma che si andava ad aggiungere a quella già pagata dall’assicurazione. Il corpo arriva dopo una settimana. Il funerale si tiene nella chiesa del Villaggio Ruffini. Subito dopo la bara viene portata all’istituto di medicina legale per il riconoscimento e qui succede una cosa terrificante. La bara viene sollevata e si distrugge. Non c’era l’oblò di vetro che avevamo chiesto. La bara era di cartone e compensato. Al consolato italiano sono stati negligenti anche sul vigilare che non venissimo truffati”.

E le condizioni del corpo di Antonio? “Lui non era riconoscibile – ricorda la famiglia -. Veniamo convocati dalla Procura di Palermo, Antonio è stato riconosciuto solo dalla peluria delle gambe e in un secondo momento attraverso la radiografia dei denti. Il corpo era totalmente scarnificato, privo di organi, c’erano segni di torture ovunque”. C’è una lunga cicatrice che parte da sotto il collo e arriva all’inguine, una sutura probabilmente servita a ricucire la salma dopo il prelievo di tutti gli organi. Scomparsi anche il Rolex d’oro e mille dollari che Antonio aveva con sé al momento dell’incidente. Inoltre il corpo presentava delle cicatrici per una presunta operazione di appendicite e un’altra operazione maxillo facciale, per cui le autorità cubane avevano addebitato l’assicurazione Europe Assistence per decine di migliaia di dollari: questa circostanza sollevò dei sospetti al punto che la Procura e la polizia scientifica si presentò a casa a Palermo per chiederci delle foto di mio fratello a torso nudo che la mia famiglia fornì”.

“A questo punto la Procura chiede l’autopsia al medico legale, molto noto in città. Lui non si accorge di niente e consegna una relazione con notevole ritardo senza parlare di nulla se non di una compatibilità delle condizioni della salma con un incidente stradale. Eppure mio fratello aveva tutte le ossa rotte, pure quelle del cranio, segni di tortura e trascinamento, quasi il distacco della testa. Incaricammo il medico di parte, Giuseppe Daricello, di fare una controperizia che viene acquisita dalla Procura. Che a sua volta chiede al medico legale di fare un’altra perizia e di rispondere a una serie di quesiti in merito alla discrepanza tra le due analisi evidenziata dal nostro medico e dal magistrato che segue la vicenda, Gaspare Sturzo. Al medico legale viene assegnato un termine, ma dopo quasi 6 mesi non aveva ancora consegnato nulla nonostante la Procura lo pressasse. Insomma, c’è stato un gioco mirato a prendere tempo e spostare le date per potere chiudere il caso come irrisolto”.

A quel punto la famiglia di Antonio comincia a seguire altre vie. “Abbiamo contattato una serie di persone che vivevano a Cuba. Come alcuni imprenditori italiani, ‘agganciati’ attraverso vari canali per capire per capire cosa era realmente successo. Un imprenditore di Augusta e uno sardo ci fecero sapere che in realtà l’incidente era una falsa pista. Hanno visto il corpo di Antonio: era appeso con un gancio dentro un sacco di plastica, come un vitello, e ci hanno detto che era una vicenda che riguardava i militari. In poche parole da quanto ci è stato riferito, Antonio è stato sequestrato e torturato in un plesso appartenente allo Stato in una villa pubblica a Varadero. Eppure a noi hanno sempre continuato a parlare di incidente stradale. Ricordo che una volta, durante un confronto, il magistrato ci chiese: ‘Antonio ha a che fare coi Servizi?’ Mio padre si alzò stupito e voleva andare via. Il magistrato volle sapere perché viaggiava tanto. Antonio aveva un bel lavoro e guadagnava bene”.

Va chiarito adesso il contesto storico-temporale. Siamo nel cuore del 1994, Berlusconi da un mese è diventato presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri è Antonio Martino, tra i fondatori di Forza Italia. Il suo sottosegretario è un politico catanese di lungo corso, in quota Msi, Enzo Trantino. “Credo che dal ministero degli Esteri sia partito il diktat di non andare a fondo alla vicenda. Fu posto un vero e proprio veto. Mio padre chiese a un noto penalista, che era un suo amico, di farci da avvocato difensore. Lui disse ‘non posso’. Mio padre da allora non lo contatto mai più. Il sospetto terribile che iniziò ad affiorare poi trovò delle conferme. Fu chiesto da parte dello Stato italiano a un certo punto di silenziare la storia per evitare problemi visto che c’era un accordo tra Italia e Cuba e quindi la vicenda di mio fratello creava problemi diplomatici tra i due Paesi”.

“Interviene così Leoluca Orlando (anche all’epoca sindaco di Palermo), in virtù dell’amicizia con la nostra famiglia, che scrive a Fidel Castro. Il lider maximo gli risponde e manda a Palermo degli esponenti del governo cubano per incontrare a Villa Niscemi il sindaco, mio padre e i nostri avvocati. Portarono videocassette sull’autopsia, cartelle cliniche e alcuni documenti a sostegno della tesi dell’incidente stradale. Tutta roba da mandare all’Interpol. Ma erano palesi i fotomontaggi. In uno di questi incontri a Villa Niscemi si presentò anche il ministro degli Esteri cubano. Disse a mio padre: ‘Mi dica quanti soldi vuole per chiudere questa storia’. Non si era fatto problemi a tentare di corromperci, nonostante là ci fosse pure Orlando. Mio padre se ne andò sconvolto. Per noi era ed è sempre stato solo un problema di giustizia. Abbiamo sempre voluto evitare che altri italiani possano essere trattati in modo così immondo. Ovviamente da quel momento il governo cubano decise di non rispondere più. L’ambasciatore italiano a Cuba, Giorgio Malfatti di Monte Tretto, in quei giorni era in difficoltà, era molto infastidito dalla nostra famiglia. Forse era arrivato l’ordine dal Governo di chiudere tutto e non parlarne più? Era il 1995, pochi mesi dopo la morte di Antonio”.

A rendere ancora più sinistra la storia ci sono altri dettagli. “Io e la mia famiglia eravamo minacciati, seguivano i miei genitori. Al punto che siamo stati costretti a mettere nella casa di Pallavicino delle grate di metallo per proteggerci e altre misure di sicurezza. Nel 2008 o 2009 ero in un ristorante a Palermo. Fui avvicinato da un magistrato che si avvicina e mi dice: ‘Io ero in Procura quando si indagava su suo fratello, se vuole adesso faccio recuperare il dossier con le numerose di richieste di rogatorie internazionali mai evase e ormai bloccate. Poco dopo però mi scrisse dicendo che quel fascicolo era sparito. Questa roba non esiste più. Lui era molto meravigliato. Io no”.

Via via che passa il tempo le indagini che seguono la morte di Antonio si scontrano con una serie di depistaggi, omissioni e ostacoli. “Una mattina il magistrato convocò me e mio padre per confermarci l’esistenza di un ostracismo politico sulla morte di mio fratello. Ci disse che se questa inchiesta aveva una possibilità di andare avanti era necessario che ne continuasse a parlare la stampa. Ma solo La Nuova Sardegna, Panorama e pochi altri giornali tentarono di indagare, però erano marginali rispetto all’attenzione mediatica generata inizialmente e ormai la vicenda era completamente insabbiata”.

E a nulla valsero neanche decine di interrogazioni parlamentari. “Ad esempio Antonio Prevosto, che era molto sensibile alla vicenda, chiese l’istituzione di una commissione d’inchiesta. Richiesta che non fu mai accolta. Lui e altri senatori crearono un comitato per cercare la verità ma non riuscirono ad ottenere nulla. Fecero un po’ di casino. Il sottosegretario Trantino scrisse anche in una lettera in risposta ai senatori dicendo di non andare avanti essendosi trattato di un incidente. Quindici anni dopo, era il 2009, contattai Sturzo che nel frattempo era andato a lavorare alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma mi disse chiaramente che non voleva più parlare di questa vicenda. Per seguire l’indagine, ai tempi, aveva un traduttore che parlava spagnolo. Ebbene, questo signore un giorno ci rivelò: ‘Questa storia è una vergogna ma non posso dire nulla perché c’è il segreto istruttorio'”.

Le stranezze comunque non finiscono qua. “Un mio amico giornalista una volta è venuto a trovarmi a Valdesi. Voleva scoprire qualcosa sulla morte di mio fratello e mi ha chiesto dei documenti e alcuni giornali. Era metà agosto. Tempo dopo, mi ha raccontato che questo voluminoso fascicolo, di oltre 300 pagine, era stranamente sparito dal suo studio”.

Michele Ciacciofera non si è mai arreso. E ha cercato anche a un faccia a faccia con chi forse sapeva qualcosa. Alla fine degli anni ’90 a Siracusa, città in cui viveva il fratello maggiore di Antonio, fu organizzato un evento per commemorare Che Guevara. “Doveva intervenire l’ambasciatore cubano in Italia, per intenderci uno di quelli che era stato presente al tentativo di corrompere mio padre a Villa Niscemi. Loro non potevano immaginare di trovarmi in quel posto. Mi piantai là. La sala era piena di gente. Io entro e vedo facce che mi fissano. Improvvisamente una persona prende il microfono per dire che l’ambasciatore aveva avuto problemi in aeroporto. A sostituirlo arriva subito dopo il console che mi fa chiamare per incontrarmi riservatamente nella stanza del sindaco. Fa mettere un paravento enorme per restare al riparo da occhi e orecchie indiscrete. A quel punto gli chiedo: ‘Vorrei sapere come è morto mio fratello’. Lui si mette a prendere appunti e mi promette che mi avrebbe fatto sapere. Ovviamente è sparito. La sera stessa invece viene a trovarmi a casa un amico di Rifondazione Comunista. Si informa, mi dice che molti militanti di sinistra volevano sapere… Gli do un grosso fascicolo, tutta roba in fotocopie, e alcuni documenti originali. Mi dice che suo figlio è sposato con un’avvocatessa cubana. Promette di occuparsi del caso, poi però fece sparire tutto. Solo 7 anni dopo mi restituì i documenti, naturalmente senza aver fatto alcunché. Ne ho subite tante e non mi meraviglio più di nulla in questa vicenda. Anzi, le racconto un’altra cosa. A Milano, alla Festa dell’Unità del 1994 c’era un banchetto di italiani dell’associazione Italia-Cuba in cui raccoglievano firme contro la mia famiglia perché a dir loro stavamo diffamando l’immagine di Cuba. Vi rendete conto? E sulla vicenda dell’espianto, un giorno uscì l’intervista di un medico specializzato in trapianto di organi che disse che la storia di mio fratello aveva fatto crollare le donazioni degli organi. Pensa che paradosso. Questo non sapeva che i miei genitori erano soci dell’Aido e sono sempre stati a favore della donazione degli organi”.

La storia del giovane palermitano ricorda per certi versi quella di Giulio Regeni, il dottorando italiano dell’Università di Cambridge che venne rapito nel 2016 e trovato senza vita dopo qualche giorno vicino a una prigione dei servizi segreti egiziani. Sul corpo di Regeni c’erano segni di tortura. “Tutto simile a quello che è successo a mio fratello. Ma dal corpo di Antonio sono stati prelevati degli organi. Dicono che a Cuba si fa così. Ma non con chi non è cubano, come previsto da tutti i trattati internazionali. I medici non hanno chiesto l’autorizzazione a nessuno. Credo che Giulio Regeni sia stato trattato meglio. Antonio è stato scarnificato anche da morto”.

Sulla morte di Antonio Ciacciofera subito dopo si è fatta strada l’ipotesi legata a una spietata azione del racket degli organi umani, assai in voga in America Latina. “Ricordo perfettamente che poco dopo, era sempre il 1994, arrivò la telefonata di una signora in lacrime. Mi disse: ‘Vi prego, continuate a chiedere giustizia’. Suo figlio, un ragazzo toscano, si era suicidato a Cuba tempo prima, impiccandosi. Il marito partì per recuperare il corpo ma non è mai tornato. Anche lui morì a Cuba. Noi non siamo mai andati lì. A noi il magistrato inquirente ci disse subito: ‘Sappiate che non potete andare a Cuba e se chiedete il visto vi verrà negato’. Probabilmente sapevano del caso di questo ragazzo toscano, era avvenuto poco prima”.

Quando le prime, frammentarie, notizie della tragica fine di Antonio Ciacciofera arrivarono a Palermo, fu questa la reazione della famiglia (riportata da L’Unità): “Vogliamo sapere chi ha autorizzato gli espianti e perché l’ambasciata non ha intrapreso subito i passi necessari dopo aver riconosciuto Antonio in camera mortuaria, dove la sutura non poteva passare inosservata. Vogliamo essere certi che gli espianti non siano serviti a “coprire” una ferita, magari una coltellata subita da mio figlio per rapina”. Sì, potrebbe entrarci il Rolex d’oro che Antonio portava sempre al polso? “Mio fratello aveva il Rolex e dei soldi in contanti. Tutta roba sparita e rubata forse da medici. A noi hanno parlato sempre di incidente. Ci dissero che la macchina su cui viaggiava, andava a 160 chilometri orari in una strada di campagna dove le auto entrano a malapena. Poco dopo riuscimmo a trovare il contratto di locazione di questa macchina studiando il ‘percorso’ della carta di credito (cosa che la Procura non era riuscita a fare). Mio fratello aveva affittato una Toyota ma nelle foto con cui le autorità cubane sostenevano la tesi dell’incidente era immortalata una Nissan. Eppure per le autorità che hanno indagato queste cose non avevano alcuna rilevanza. Quando noi scoprimmo questi documenti, la Procura chiese una rogatoria a Cuba per poter visionare l’auto ma da L’Avana risposero che la macchina non esisteva più. Ci dissero che in auto con Antonio viaggiavano anche Ana Lopez, un’altra donna spagnola, Ana Cerceda Costales, e un parrucchiere cubano, un certo Thomas, che Antonio e il suo amico napoletano avevano conosciuto nel precedente viaggio cubano. Ci comunicarono che dall’incidente la Lopez era uscita ferita lievemente, mentre l’altra spagnola si era rotta la colonna vertebrale ed era rimasta paralizzata. Sul cubano invece nessuno ha mai detto nulla essendo rimasto illeso. Secondo la versione ufficiale la macchina si era ribaltata più volte. Le due spagnole subito dopo l’incidente furono ricoverate in una clinica della capitale mentre mio fratello in un ospedale militare in un’area remota del Paese”.

Nell’incredibile giallo c’è anche una scarpa macchiata di sangue. “Quando arrivarono i reperti di mio fratello scoprimmo che c’era una Timberland sporca di sangue ma soltanto nella parte inferiore della suola. Come se avesse calpestato sangue. Strano per un’auto ribaltata. La scarpa fu sequestrata dalla Procura di Palermo poi però sparì. In compenso l’ambasciata italiana ci fece avere gli abiti di mio fratello completamente lavati, eliminando così ogni possibilità di indagare. Sì, non hanno mai offerto alcuna collaborazione per raggiungere la verità”.

E la giustizia internazionale? L’unica rogatoria ammessa fu quella sulle due spagnole. Il procuratore aggiunto Luigi Croce e un magistrato partirono da Palermo e interrogò le due donne. Una delle due non era affatto paralizzata. Entrambe dissero che non ricordavano nulla. Il magistrato ci mise in guardia: ‘Fate attenzione alla Lopez, non sappiamo chi è questa signora’. Altro che tumore, lei stava bene e della sua malattia non ricordava nulla. Chi avrà dato alle due spagnole rassicurazioni sul loro silenzio?”.

Una cicatrice impossibile da rimarginare per la famiglia Ciacciofera. Affiorano ipotesi tra le tenebre, pensieri e sospetti. “Anni dopo un giornalista tedesco mi disse che se questa cosa fosse successa a un cittadino tedesco o francese, sarebbe scoppiato il finimondo. Recentemente un ingegnere svizzero che lavorava per il governo Usa dopo una serie di accertamenti mi ha spiegato che la morte di mio fratello è legata alla Lopez e al traffico d’organi. Ho saputo che da quel maggio del 1994 a fine 1995 in poi andò altre 42 volte a Cuba in appena 18 mesi, ipotizzando che potesse essere una spia. In questa vicenda si sono allungate da una parte ombre che hanno a che fare con la politica, con un sequestro finito male, e dall’altra c’è la questione del racket di organi”.

Il silenzio è un drappo nero che ha tolto la luce a una storia a metà e inghiottito nel buio una famiglia. “Sono passati 26 anni, ma io non potrò dimenticare mai. Mio fratello Giancarlo, che era presente sul posto, ricorda come se fosse oggi quella bara che si distrugge all’improvviso all’istituto di medicina legale di Palermo. Forse senza questo imprevisto avremmo creduto per sempre alla storia dell’incidente stradale”. Rimangono invece tanti interrogativi. E il corpo di un ragazzo di 24 anni svuotato di tutto. Proprio mentre la primavera stava per trasformarsi in estate.

“Non ci vedo più”: a Palermo l’ultimo sipario di Totò

ALE

“Non ci vedo più”. Il principe della risata questa volta è serissimo. Antonio De Curtis – per tutti Totò – gira per un attimo le spalle al pubblico. E mentre è sul palcoscenico del Politeama di Palermo ed è vestito da Napoleone, batte nervosamente le palpebre come per togliere un corpo estraneo dall’occhio destro e sussurra all’orecchio della compagna e attrice, Franca Faldini, che non ci vede più. Totò ha 59 anni e la sua carriera si ferma di colpo. Gli occhi del più grande comico italiano si chiudono a Palermo (il sinistro aveva smesso di funzionare da tempo). E’ il 3 maggio 1957, 63 anni fa esatti. E siccome Totò è Totò quello spettacolo lo porta a termine. Soltanto con l’istinto. In sala non se ne accorge nessuno. Antonio De Curtis accelera i tempi e taglia le battute. Ma non può cancellare la realtà.

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Trent’anni fa a Palermo: il graffio della Pantera, l’ultimo sussulto giovanile del Paese

ALE

Oggi i ragazzi del ’90 sono dei cinquantenni. Avvocati, manager, professionisti. Furono loro i protagonisti della Pantera, l’ultimo vero sussulto giovanile capace di scuotere un Paese intero. Sì, sono passati 30 anni. Tutto ebbe inizio da una banalissima occupazione di facoltà nell’università di Palermo. Da poco avevano smesso di soffiare i venti della contestazione, il Sessantotto era lontano ma non troppo, il muro di Berlino era appena caduto e il mondo era in fermento. A Palermo la Pantera uscì allo scoperto nelle aule di viale delle Scienze. Un graffio che divenne scintilla e che presto si trasformò in incendio, infiammando l’intero sistema dell’Università italiana.

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