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Quei 40 mila alla Favorita per le Universiadi, Oddo: “La fantastica notte di Palermo”

ALE

Gli undici titolari: Zancopè, Pantanetti, Oddo, Zangla, Zeoli, Ulivi, Battafarano, Andrisani, Martorella, Califano, Fanesi. Allenatore: Paolo Berrettini. Palermo, stadio La Favorita. E’ una notte di agosto del 1997. E’ la finale delle Universiadi. Vince l’Italia ai supplementari. Sono passati 22 anni. Di quegli undici praticamente nessuno ha fatto strada. C’è chi ha smesso poco dopo, chi ha cambiato strada. Chi è rimasto a vivacchiare in C o tra i dilettanti. Tra quei giovani “universitari” c’è però un’eccezione. Si chiama Massimo Oddo che nove anni dopo la notte di Palermo diventa campione del mondo a Berlino.

Oggi Oddo, a pochi giorni dall’inizio delle Universiadi di Napoli, ricorda la magica sera vissuta in viale del Fante. “Lo stadio era pieno, c’erano 40 mila persone alla Favorita di Palermo. Faceva un caldo pazzesco e i coreani sbucavano ovunque, correvano tantissimo. Ma noi ormai volavamo, avevamo un entusiasmo pazzesco e vincemmo. Fu la conclusione di una fantastica avventura, l’apice di un percorso che non ho mai dimenticato. Una delle più belle esperienze della mia vita”.

Oddo aveva vent’anni: conquistò la medaglia d’oro al termine di una cavalcata indimenticabile. E dire che lui – prima dell’inizio di quell’avventura – in realtà avrebbe preferito essere altrove. “Universiadi? Non volevo andarci. Giocavo con il Lecco ma ero del Milan. Ero più concentrato sulla preparazione con la squadra, volevo fare bene lì. E anche il Milan non era entusiasta di farmi andare. Mi convinse l’allenatore Paolo Berrettini. Fu una molla importante, perché mi voleva a tutti i costi e la sua stima mi lusingò. Alla fine invece è diventata un’avventura bellissima, non solo per la vittoria, ma anche dal punto di vista umano”.

Un’avventura iniziata nel silenzio: “I media non ci seguivano, per l’Italia non esistevamo. Molti dei miei compagni venivano dai Dilettanti e non riuscivano neanche a capire quale dovesse essere l’approccio a questa competizione”. Poi tutto cambiò: “Noi andavamo avanti e ci prendevamo gusto e quando arrivò la finale tutta l’Italia ci aveva scoperto, compresa la stampa. All’improvviso rappresentavamo davvero l’azzurro italiano e mi ricordo che ci fu un boom di ascolti in tv oltre che lo stadio esaurito. E dire che all’inizio la partita la trasmettevano in differita su Rai 3…”.

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Totti, Palermo, la svolta: “Io e Lippi a Mondello, lì è nata l’Italia che ha vinto il Mondiale”

ALE. Primissimi giorni di settembre del 2004. Dopo il famoso sputo a Poulsen, negli europei portoghesi, Totti è pronto a guardare la nuova Italia di Lippi dalla tv. Lui è squalificato, gli azzurri sono impegnati a Palermo nella prima partita di qualificazione ai mondiali di Germania 2006. Totti è anche infortunato. Non sta bene, si è fatto male qualche giorno prima e sa che non sarà convocato.

Totti ha quasi 28 anni. E’ a uno snodo cruciale della sua carriera. E se la Nazionale dell’era Trap lo aveva lasciato a Lisbona alle prese con lo scandalo dello sputo al medianaccio danese, quella targata Lippi sperava di trovarlo tre mesi dopo a Palermo per cominciare un nuovo cammino insieme. Perché dopo Italia-Norvegia c’è Moldova-Italia. E Totti per quella partita in realtà sarebbe convocabile. Il capitano della Roma è atteso il 4 settembre 2004 allo stadio Barbera. Ma una botta alla caviglia, rimediata in amichevole con la Lodigiani, lo costringe a rinunciare alla chiamata.

Si insinuano dubbi, il “no” sa di maledizione. “Totti resta convocato, lo aspettiamo per valutare la situazione”, è la posizione della Figc, già di per sé indicativa di differenti volontà. In tarda serata o il giorno dopo, Lippi vuole vedere Totti e parlargli. Nasce a Palermo l’Italia che vincerà il mondiale.

A raccontare come sono andate le cose è stato proprio Francesco Totti nel libro “Un capitano”, scritto con Paolo Condò e uscito nelle scorse settimane.

Immaginate lo sconcerto quando arriva in sede un fax della federazione nel quale si richiede comunque la mia presenza a Palermo per un controllo medico. Non c’è ancora l’esplicita ostilità di una visita fiscale ma il messaggio è chiaro: non si fidano. Mi imbarco per la Siciia il mattino dopo con la sensazione che le prossime ore saranno decisive per il mio futuro in Nazionale. Lippi ha bisogno di parlarmi, l’ha detto a Vito (Scala, ndr) che conoscendo il carattere di entrambi teme si possa arrivare a un confronto acceso.

Quando sbarco al Mondello Palace, l’albergo che ospita la comitiva la squadra è fuori per l’allenamento defatigante. L’atmosfera sembra allegra. Magari con un po’ di fatica perché il 2-1 di Toni è arrivato soltanto a 10 minuti dalla fine, ma abbiamo battuto a Norvegia. Arriva il pullman e il primo compagno che abbraccio è De Rossi: la sera precedente ha debuttato e ha segnato pure il primo gol. Poi mi vede Lippi, mi viene incontro sorridendo, mi chiede come sto e mi dice che dopo mangiato, mentre gli altri riposano, vorrebbe incontrarmi da solo. Non sembra mal disposto e nessun medico mi fissa un appuntamento per la visita. Non capisco.

Mangio in fretta un piatto di pasta, a questo punto non vedo l’ora di parlare col ct. “Caro Francesco, dobbiamo cominciare a conoscerci meglio”, è il preambolo di Lippi, “perché nei prossimi due mesi passeremo parecchio tempo insieme e io ti chiederò molto. Avrai letto sui giornali qualche mia intervista, i passi in cui dico che ho accettato di guidare la Nazionale perché sono convinto di avere gli uomini per compiere l’impresa e tu sei uno di quelli fondamentali. Da allenatore avversario ho passato molte notti a studiare come limitarti perché fermarti del tutto era impossibile: ora sono ansioso di godermi l’altra faccia della medaglia, organizzare un gioco che possa esaltare il tuo apporto. Ma perché questo succeda dobbiamo conoscerci ed entrare in sintonia. Per cui smettiamola di parlare di calcio, quella è l’ultima cosa e cominciamo a raccontarci che tipo di persone siamo”.

Io sono a bocca aperta. Mai visto un approccio del genere. Bellissimo. Inizio a spiegargli com’è la mia famiglia, gli dico che con Ilary le cose sono diventate subito serie, lui mi racconta le ultime di suo figlio Davide – siamo amici, abbiamo fatto assieme il servizio militare – e ci facciamo qualche risata ricordando le scemate di quei tempi. Stiamo lì a parlare di tutto: musica, politica, donne, Federer e Kobe Bryant, la ricerca dello stile e quella della vittoria. Alla fine ho la sensazione di essergli piaciuto e lui certamente è piaciuto a me”.

“Adesso torna a Roma e curati bene, Francesco, perché a ottobre comincerò ad avere bisogno di te sul serio”, mi dice, congedandomi senza visite mediche. Immagino la delusione di chi aveva previsto forti tensioni tra me e Lippi. Stabilito il rapporto umano, quello tecnico viene di conseguenza. Lippi non esagera e mi vuole davvero al centro della sua Nazionale e per farlo mi sfrutta giustamente al massimo nelle gare di qualificazione per lasciarmi invece a riposo nella amichevoli. A giugno 2005 per esempio mi risparmia la tournée americana di un’Italia molto sperimentale consentendomi di sposarmi. E’ la gestione perfetta per quelle che sono diventate le mie esigenze di quasi trentenne, ancora determinato a inseguire il grande risultato in maglia azzurra ma cui pesano ormai i ritiri troppo lunghi. Ed è in questa considerazione priviegiata che inizio l’anno del mio ultimo Mondiale”.

E com’è finita in Germania lo sappiamo tutti.

 

16 dicembre 1979: aereo americano sfiora i tetti di Palermo e si schianta su una casa a Capaci

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Quel che rimase del Grumman dopo lo schianto a Capaci (foto Attilio Albergoni)

ALE
Palermo 0, Monza 3. Guerriglia alla Favorita, pietre e bastoni in campo. Cinque poliziotti feriti, macchine all’esterno dello stadio danneggiate. E’ questo l’argomento più chiacchierato la sera del 16 dicembre 1979, 39 anni fa esatti. E’ una domenica, che sta volando via. Ma sulla testa dei palermitani sta volando anche un Grumman Prowler EA-6B dell’aviazione di Marina degli Stati Uniti. Chi abita nei piani alti improvvisamente sente il forte rumore di un motore d’aereo. E’ un “Predatore”, un aereo da guerra elettronica imbarcabile su portaerei, che sorvola basso la città. La sensazione è di quelle mai provate: il velivolo sfiora i palazzi e lascia intendere che ha dei problemi.

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5 novembre 1995, Totogol da sogno al Cep: la schedina, i 3 miliardi e poi… l’incubo

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Il Totògol del Cep fino al 5 novembre 1995 è Totò Schillaci, l’eroe delle notti magiche. Ma a Palermo, e soprattutto al Cep, centro espansione popolare, succedono cose strane. Il 4 novembre 1995, la città si addormenta stordita da due eventi. I rosanero hanno battuto la Pistoiese sotto il diluvio e la squadra di Arcoleo ora è seconda in B. La A si può centrare. Quella stessa sera però il Tg scuote il mondo: UCCISO RABIN, premier israeliano, premio Nobel per la pace nel 1994. 

Al Cep, tra case popolari e palazzoni del boom edilizio, si va a letto senza immaginare che l’indomani la storia ribusserà alla porta del quartiere.

5 novembre 1995, domenica. Il 13 non è più il numero dei desideri, adesso a ingolosire gli italiani è l’8. Totogol, 30 partite in schedina, da indovinare quelle con il maggior numero di reti. Si vince con 6, pochino, con 7, una buona somma, con 8, appunto, un’enormità.

Totò Schillaci gioca in Giappone nello Jubilo Iwata, lo coprono di yen e finisce la carriera in Sol Levante. 

Ma in quel giorno di inizio novembre, Totògol al Cep si materializza sotto le vesti di un foglietto di carta. Nella ricevitoria dei fratelli Ottini, in via Brunelleschi, qualcuno acquista una quota di un sistema elaborato dal più piccolo degli Ottini, Maurizio. Spende 1.600 lire e si mette in tasca un tesoro. 

1-9-13-15-19-21-22-27 è la combinazione da sogno. Frutta tre miliardi e 243 milioni di lire, è la seconda vincita più alta di sempre, fino ad allora, dopo quella del 23 dicembre 1994 (3.710.723.415 lire), anche quella realizzata a Palermo.

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