Archivi categoria: Calcio

Pietro Tarantino, mediano palermitano che parò un rigore al Palermo

scarafoni pietro tarantino

Il rigore parato a Lorenzo Scarafoni da Pietro Tarantino

ALE
Il Velodromo si sta svuotando, è un pomeriggio inutile. Domenica buttata, come spesso succede da un po’ a chi va a seguire il Palermo. Se due anni prima i rosa tenevano testa alla Fiorentina di Batistuta, adesso i ragazzi di Arcoleo (sì, c’è ancora lui) rimbalzano sulla Turris, un’accozzaglia di sconosciuti in maglia bianca arrivati dalla Campania. Al Velodromo dove il Palermo alloggia perché la Favorita è impraticabile, sta per venire fuori uno squallido 0-0. Pomeriggio da cani, triste e malinconico come solo sanno esserlo quelle giornate di novembre in cui la Serie A non gioca, fa buio presto e la classifica del Palermo è già inguardabile.

E’ il 16 novembre 1997. Vent’anni fa esatti. La sera prima l’Italia vince contro la Russia e timbra il pass per i mondiali. Corsi e ricorsi storici. Palermo-Turris è un mix di niente e nulla. L’ultimo sbadiglio prima del triplice fischio però è spezzato da un fatto insolito.

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Gigi Meroni (mai) morto 50 anni fa

Gigi Meroni

Gigi Meroni sulla copertina di “La farfalla granata” (Limina edizioni), di Nando Dalla Chiesa

JOHN*

*John, anche lui classe ’83, amico di Ale e Frank, per la prima volta scrive su Amarcord1983. Per noi autori del blog è un ospite graditissimo, speriamo lo sia anche per voi

Ora che sono cinquant’anni esatti che Gigi Meroni è morto, investito da un’auto guidata – si dice – da Attilio Romero il 15 ottobre del 1967, la retorica impazzerà. Ci si ricorderà, come buona norma del giornalismo comanda, di questo calciatore che è stato anche un artista, il «quinto Beatle», «la farfalla granata», il ragazzo che abitava in una mansarda con la sua Cristiana, che era sposata e aveva rinunciato a un matrimonio imposto per stare con lui, con il suo Gigi. All’anagrafe Luigi, come Tenco, altra vittima del ’67, un cantautore che a Meroni piaceva.

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Fabrizio Ravanelli, cuore di Perugia: a Palermo l’ultimo gol di Penna Bianca

ALE. I capelli bianchi già a 20 anni, il vizio eterno del gol, la corsa “cieca” con la maglia a coprire la faccia e l’esultanza a braccia divaricate. L’ultima gioia di Penna Bianca in Serie A arriva a Palermo (che oggi torna a ospitare gli umbri dopo 21 anni, in quella occasione esordo assoluto di Gattuso) in un caldissimo pomeriggio di maggio. Lui, il “semprevecchio”, Fabrizio Ravanelli, anima perugina, sfida la Roma alla ricerca di un’impresa impossibile: la salvezza. Quando gli umbri sbarcano alla Favorita per la penultima giornata del 2003-04 la classifica è impietosa: Ancona 13, Perugia 26, Modena ed Empoli 30. I grifoni sono a -4 dalla salvezza a 180 minuti dalla fine e sfidano la Roma in trasferta. Non all’Olimpico però. I petardi e gli oggetti lanciati in campo a San Siro durante lo scontro scudetto tra Milan e giallorossi sono costati un turno di squalifica all’Olimpico. Così Sensi decide di regalare a Palermo un assaggio di A. Si tratta di un antipasto, in vista di quello che sarà. Il Palermo di Guidolin ha già apparecchiato il discorso promozione, che arriverà ufficialmente 20 giorni più tardi.

Sono giorni di festa a Palermo, che prende confidenza con il grande calcio. Roma-Perugia è una passerella triste per i capitolini, che una settimana prima hanno salutato lo scudetto e sono sicuri del secondo posto. Non per gli umbri che si giocano le ultime chances di agganciare il quartultimo posto che vale lo spareggio per evitare la retrocessione. Totti e Ravanelli sono i due capitani, non c’è Gheddafi che 7 giorni prima aveva esordito contro la Juventus. In panchina nel Perugia di Cosmi c’è Ignoffo, palermitano doc come D’Agostino, che con la sua maglia numero 21 è titolare. Capello lo sistema nella trequarti alle spalle di Cassano e Totti.

E’ una Roma stellare, con Emerson, Samuel, Mancini e Panucci. Lo stadio però è vuoto. Segna subito Cassano, il Perugia sta per dire addio alla A. Poi però Ze Maria fa il fenomeno e ribalta il punteggio. Totti litiga con Obodo e si fa ammonire. A mandare in estasi i pochi umbri arrivati fino a Palermo è proprio il loro simbolo: Fabrizio Ravanelli. L’azione parte da Eusebio Di Francesco, attuale allenatore della Roma, che verticalizza per Bothroyd. La sponda della meteora inglese è geniale e libera Ravanelli, che con un tocco di classe brucia Zotti, ex Palermo. Finisce 3-1 per il Perugia.  I risvolti in classifica sono clamorosi perché il Perugia si trova a un passo dall’impresa (poi completata la domenica dopo) ovvero la risalita verso lo spareggio contro la sesta della B (la Fiorentina, poi vittoriosa).

Sarà l’ultimo gol di Penna Bianca in Serie A. Proprio lui, il classico esempio della classe operaia volata in paradiso. Partito dalle categorie inferiori per conquistare una Champions con tanto di gol-gioiello in finale. Che a 36 anni si è regalato l’ultimo sogno: tornare dopo quasi 20 anni nella sua città per cercare di salvare la squadra del cuore. Ravanelli, il vecchio guerriero che non è mai stato giovane, a causa del candore precocemente assunto dalla sua capigliatura, ha deciso così di scrivere la parola fine alla sua favola proprio a Palermo: con la maglia arrotolata in faccia e l’ultima corsa cieca verso la Curva Sud per picchiarsi forte la mano sul cuore.

 

Il Foggia e quel pomeriggio maledetto di Trapani: quando Barone avvelenò il suo Palermo

ALE. Vedi Foggia e Palermo e pensi a… Trapani. La mente si stacca dal presente e dal 2017 viaggia all’indietro fino al 1989 per mettere a fuoco lo “spareggio per lo spareggio” per andare in B. La pellicola dei ricordi non sbiadisce malgrado siano passati più di 28 anni. Perché dimenticare non è facile: Palermo-Foggia del 4 giugno 1989 è una cicatrice sulla pelle del vero tifoso rosanero. I ragazzi di Rumignani si giocano tutto al “Provinciale” di Trapani, lo stadio in cui il Palermo consuma il suo esilio per “colpa” del mondiale del ’90. E’ l’ultima giornata di campionato, vissuto dai rosa sempre da ospiti, anche quando giocano in casa. A Trapani arriva il Foggia che in panchina ha Caramanno, 48 anni, di Piana degli Albanesi. In campo i “diavoli” sono illuminati da un altro “picciotto” made in Palermo, Onofrio Barone, cervello fino e sinistro di velluto.

La classifica è appassionante. Il Cagliari di Ranieri, con 45 punti, è già in B. Non esistono ancora i playoff e c’è un solo posto per il paradiso. Se lo giocano proprio Foggia e Palermo, con i satanelli (42 punti, due in più dei rosanero) che possono giocare per due risultati su tre. Taglialatela, Biffi, Di Carlo, Manicone, Auteri (questa la spina dorsale dei padroni di casa) sono obbligati a vincere. Entusiasmo pazzesco, esodo di palermitani e foggiani, biglietti esauriti e diretta su Rai 3 (a diffusione locale) per accontentare i diretti interessanti.

E’ il Palermo che sta rinascendo sulle ceneri del fallimento, quello che Rumignani ha fatto allenare sulla sabbia di Mondello e in collina a pizzo Sella. Una squadra che ha ripreso a fare sognare, con i ventitré risultati utili di fila spezzati solo dal pomeriggio di Sassari (quello – per intenderci – dell’esplosione di Zola). Caramanno però – cacciato via dopo la promozione dell’anno prima – ha sete di vendetta. La partita sembra correre sui binari rosanero, quando l’attaccante Coppola rifila un ceffone a Di Carlo dopo appena 18 minuti. Foggia in 10, si inizia a fantasticare, in quello che sembra il prologo della festa rosa.

Caramanno però blocca la foga rosa, organizza la sua trincea e punta tutto sulle ripartenze. E all’improvviso un altro palermitano mai profeta in patria, disegna la storia. C’è il veleno nel calcio di punizione da posizione decentrata che Nuccio Barone, per tutti carboncino, telecomanda alle spalle di Taglialatela, “affettando” la difesa rosa. E’ la beffa delle beffe. La parabola del numero 10 gela il “Provinciale” e dà il la alla favola Foggia. Il pareggio di Auteri è una pillola che non addolcisce il pomeriggio amaro. Una carovana silenziosa fa ritorno a Palermo. La delusione è cocente. Festeggiano i palermitani Caramanno e Barone. Come nei peggiori incubi. Finisce con la corsa di un tifoso ospite che entra in campo facendo zig-zag sul prato trapanese con una bandiera rossonera. Pochi giorni dopo un altro “palermitano” firmerà l’inizio della rivoluzione costruendo a Foggia un miracolo chiamato Zemanlandia.