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L’11 settembre della mafia palermitana: la tragica fine dei figli di Buscetta

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Chi conosceva bene Masino Buscetta racconta di averlo visto piangere solo una volta. Quando gli arrivò la notizia della morte dei suoi due figli. Prima rapiti, poi strangolati, torturati e uccisi su ordine di Riina perché svelassero il luogo dove si nascondeva il papà. Dici 11 settembre e pensi alle Torri Gemelle. Ma un altro 11 settembre è una data simbolo nella guerra di mafia palermitana. E’ il 1982, 37 anni fa esatti. Benedetto Buscetta e Antonio Buscetta – figli del boss dei due mondi – di 34 e 32 anni, vengono rapiti a Palermo mentre stanno per salire sulla loro auto. Inghiottiti per sempre dalla lupara bianca. Vengono torturati da Pippo Calò, Salvatore Cancemi e altri mafiosi che volevano scoprire dove Don Masino si fosse rifugiato. I cadaveri furono in seguito bruciati e mai più ritrovati.

Siamo all’inizio degli anni Ottanta. Da poco si è sparsa la voce dell’improvviso tradimento di Tommaso Buscetta, e le famiglie di Cosa nostra cominciano a cucinare le loro vendette trasversali, nel tentativo di imporgli il silenzio. Sono settimane di sangue. Alla fine al super boss gli vengono uccisi 14 tra figli, nipoti, generi e cognati. La tragica fine di Antonio e Benedetto restò per sempre una spina conficcata nel cuore di Buscetta. Era questo il suo più grande dolore, perché Don Masino non aveva potuto fare nulla per strapparli alla morte. E dire che i suoi due figli non lo avrebbero mai tradito anche perché non sapevano realmente dove vivesse il padre e quindi non potevano neanche dirlo ai loro assassini. Ovvero: Pippo Calò e Totò Cancemi, il macellaio di Porta Nuova, poi pentito.

I due mafiosi una volta si trovarono di fronte durante il processo per le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Davanti alla Corte d’Assise d’appello Cancemi chiese a Calò: “Perché non hai fermato Riina quando assieme abbiamo torturato i figli di Tommaso Buscetta?”. Silenzio. La vendetta di Cosa nostra non si ferma dopo quell’11 settembre. A distanza di appena un mese tre killer fanno irruzione nella pizzeria New York Place e uccidono Giuseppe Genova, genero di don Masino (marito di Felicia Buscetta) assieme a due cugini. E il 29 dicembre, sempre del 1982, vengono eliminati il fratello di don Masino, Vincenzo e il nipote Benny.

A quel punto il boss italo-americano decide di tornare a Palermo per sistemare i conti di persona e uccidere Pippo Calò, che aveva fatto causa comune con i Corleonesi. Ma proprio mentre sta cercando gli appoggi giusti per rientrare nella sua città, il boss dei due mondi viene arrestato dalla polizia brasiliana: 40 agenti circondano la sua abitazione a San Paolo e lo bloccano mentre è in compagnia di Leonardo Badalamenti, figlio del boss Gaetano. Da qui in poi cambia tutto per Cosa nostra. Perché Buscetta incontra Falcone, “canta” e rivela al mondo com’è fatta la mafia.

Il Palermo, il fallimento, la rinascita: quando il Marsala ripartì con la Procidina

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La classifica delle prime 4 giornate del campionato 2006-2007 in cui il Marsala 1912 ripartì dopo il fallimento (credits: Belice c’è)

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“E questi chi sono?”, domanda un signore sulla cinquantina a bordo campo. “Vengono da Procida, un’isola vicino Napoli”. Primo ottobre 2006, il nuovo Marsala rinasce dopo il fallimento e si presenta davanti al suo pubblico. Mentre due mesi e mezzo prima uno dei suoi ex calciatori simbolo – Marco Materazzi – alza da protagonista la Coppa del Mondo, lo Sport Club 1912 ricomincia da capo: Seconda categoria, ovvero il penultimo gradino della piramide del calcio. Domenica pomeriggio, ore 15. Il vecchio Marsala riparte nel suo stadio, il Lombardo Angotta, il caro vecchio Municipale. Che si riempie per la giornata dell’orgoglio, quella della rinascita dopo il fallimento. Di fronte c’è la Procidina e ogni marsalese sa che quella è l’alba dopo l’imbrunire. Sono lontani i tempi della C1, i baffi di Morgia sono uno sbiadito ricordo, come le sgroppate di un certo Patrice Evra, che da qualche mese è passato al Manchester United, e le sfide con il gemello Palermo, compagno di “odio calcistico” verso il Catania e il Trapani.

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Dal biancoblù a #siamoaquile, storia dei loghi del Palermo

 

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I marchi storici del Palermo disegnati da Paolo Massimiliano Paterna nel libro di Giovanni Tarantino, “Una storia in rosa e nero” (il Palindromo, 2014)

Giovanni Tarantino

Qualunque discorso si possa fare sul nuovo logo del Palermo non si può prescindere da un punto di partenza, il testo del video diramato da Hera Hora srl, nuova proprietà del Palermo calcio rappresentata da Dario Mirri e Tony Di Piazza. Vale la pena riportare integralmente il testo in questione: «Ci hanno detto che il nostro tempo è passato, che il nostro destino è già scritto, che non meritiamo un sogno o che non siamo abbastanza forti per realizzarlo. Ma c’è una cosa che questa città ci ha insegnato: che nessuno può dirci quello che dobbiamo essere. Abbiamo radici forti, fame, lacrime e sangue che scorre. Sappiamo che non basta un giorno e che ogni giorno è una battaglia. Cadiamo, ci scrolliamo la polvere di dosso e ci rialziamo sempre. Qualcuno si può chiedere perché.

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Quei 40 mila alla Favorita per le Universiadi, Oddo: “La fantastica notte di Palermo”

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Gli undici titolari: Zancopè, Pantanetti, Oddo, Zangla, Zeoli, Ulivi, Battafarano, Andrisani, Martorella, Califano, Fanesi. Allenatore: Paolo Berrettini. Palermo, stadio La Favorita. E’ una notte di agosto del 1997. E’ la finale delle Universiadi. Vince l’Italia ai supplementari. Sono passati 22 anni. Di quegli undici praticamente nessuno ha fatto strada. C’è chi ha smesso poco dopo, chi ha cambiato strada. Chi è rimasto a vivacchiare in C o tra i dilettanti. Tra quei giovani “universitari” c’è però un’eccezione. Si chiama Massimo Oddo che nove anni dopo la notte di Palermo diventa campione del mondo a Berlino.

Oggi Oddo, a pochi giorni dall’inizio delle Universiadi di Napoli, ricorda la magica sera vissuta in viale del Fante. “Lo stadio era pieno, c’erano 40 mila persone alla Favorita di Palermo. Faceva un caldo pazzesco e i coreani sbucavano ovunque, correvano tantissimo. Ma noi ormai volavamo, avevamo un entusiasmo pazzesco e vincemmo. Fu la conclusione di una fantastica avventura, l’apice di un percorso che non ho mai dimenticato. Una delle più belle esperienze della mia vita”.

Oddo aveva vent’anni: conquistò la medaglia d’oro al termine di una cavalcata indimenticabile. E dire che lui – prima dell’inizio di quell’avventura – in realtà avrebbe preferito essere altrove. “Universiadi? Non volevo andarci. Giocavo con il Lecco ma ero del Milan. Ero più concentrato sulla preparazione con la squadra, volevo fare bene lì. E anche il Milan non era entusiasta di farmi andare. Mi convinse l’allenatore Paolo Berrettini. Fu una molla importante, perché mi voleva a tutti i costi e la sua stima mi lusingò. Alla fine invece è diventata un’avventura bellissima, non solo per la vittoria, ma anche dal punto di vista umano”.

Un’avventura iniziata nel silenzio: “I media non ci seguivano, per l’Italia non esistevamo. Molti dei miei compagni venivano dai Dilettanti e non riuscivano neanche a capire quale dovesse essere l’approccio a questa competizione”. Poi tutto cambiò: “Noi andavamo avanti e ci prendevamo gusto e quando arrivò la finale tutta l’Italia ci aveva scoperto, compresa la stampa. All’improvviso rappresentavamo davvero l’azzurro italiano e mi ricordo che ci fu un boom di ascolti in tv oltre che lo stadio esaurito. E dire che all’inizio la partita la trasmettevano in differita su Rai 3…”.