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Quando Bjorn Borg vide due morti ammazzati a Palermo

ALE

La morte di Cino Marchese, l’uomo che nel 1979 aveva portato il grande tennis a Palermo, organizzando per quasi 25 anni i campionati Internazionali di Sicilia (a lungo il secondo torneo d’Italia alle spalle solo di Roma) porta a galla una serie di aneddoti sui marziani della racchetta piombati all’improvviso sui campi di viale del Fante. Ma ce n’è uno che su tutti merita di essere raccontato. E’ stato il sito Ubitennis a rispolverarlo.

Così è stata ripescata una vecchia storia “narrata” da Cino Marchese in merito alla presenza dell’allora numero uno del mondo, Bjorn Borg, a Palermo. “Quello di Palermo – scriveva Marchese – era un torneo che ero riuscito a rilanciare con l’aiuto imprescindibile dell’allora presidente del TC Palermo, Antonino Mercadante e solo suo e di pochi altri appassionati siciliani (…). Eravamo nel 1979 ed in marzo a Palermo si era svolto un incontro di Davis, Italia-Danimarca che riscosse un successo incredibile non solo nel capoluogo, ma in tutta la Sicilia. Io iniziavo la mia carriera quale manager nel tennis e tramite il mio amico Vittorio Selmi ero venuto a sapere che si era cancellato il torneo di Teheran per ragioni politiche con l’avvento al potere di Khomeini che considerava il tennis uno sport non in linea con le idee del suo regime e quindi era possibile prendere la palla al balzo e chiedere all’ATP la disponibilità della data”.

“Detto e fatto anche perché allora le cose non erano molto complicate e ancora il tennis non era un grande business. Mi ricordo una telefonata notturna all’ingegner Mercadante (…). Personalmente avevo il mio asso nella manica perché essendo molto amico di Borg contavo di convincerlo a partecipare. Mercadante aveva precettato tutto il suo Consiglio che a Palermo chiamano Deputazione (…). Dissi che puntavo molto ad avere Borg, ma che l’avrei saputo per certo solo dopo Wimbledon a metà luglio. Tutti ci mettemmo al lavoro e ci scambiavamo notizie sul procedere, ma regnava un grande entusiasmo ed altrettanto ottimismo. Finalmente arriva la conferma di Bjorn che puntualmente aveva vinto Wimbledon ed era agli occhi di tutti l’incontrastato numero uno. Da Londra volo direttamente a Palermo per una conferenza stampa che annunciava e confermava il tutto”.

“Era una giornata calda tipicamente siciliana e sotto i piacevoli eucalipti del Circolo del Tennis presi la parola e dissi ‘signori ho il privilegio e l’onore di annunciare che il numero uno del mondo Bjorn Borg sarà a settembre a Palermo per rinnovare la tradizione degli Internazionali di Sicilia’, un grande applauso accolse questa mia dichiarazione a cui però incalzai: ‘Però è specifica richiesta del campione svedese che in quella settimana non accada nulla di strano’. Eravamo negli anni delle cruenti guerre mafiose che insanguinavano la Sicilia e l’allusione era chiara anche se lasciava il tempo che trovava. Tutti fecero cenni rassicuranti e passammo al buffet. A settembre arriva il torneo, Borg arriva con la sua promessa sposa Marianna, vince il torneo e si ferma un giorno di più perché il lunedì sarebbe volato direttamente in Inghilterra per giocare un evento benefico con il compianto Vitas Gerulaitis. Io torno a casa a Roma ed alla sera ricevo una telefonata furiosa di Bjorn che mi dice: ‘Mi avevi promesso che non sarebbe successo niente nella settimana in cui sarei stato a Palermo e stamane andando all’aeroporto ad un crocevia c’erano due corpi esanimi morti ammazzati!’. Ed io di rimando: ‘Bjorn io ti ho promesso la settimana del torneo, ma oggi è lunedì ed il mio controllo è finito!'”.

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Palermitani a Sanremo, non solo Alotta: da Nunzio Filogamo a Christian e Giuni Russo

collage sanremo palermitani

FRANK

Dici palermitani a Sanremo è probabilmente, se hai meno di 40 anni e più di 30, pensi a Francesca Alotta, che con Aleandro Baldi, sbaraglia l’Ariston con “Non amarmi” nel 1992. Ma quella dei panormiti al Festival è una storia che inizia molto molto prima. E che si porta dietro nomi, alcuni illustri, altri un po’ meno.

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Totti, Palermo, la svolta: “Io e Lippi a Mondello, lì è nata l’Italia che ha vinto il Mondiale”

ALE. Primissimi giorni di settembre del 2004. Dopo il famoso sputo a Poulsen, negli europei portoghesi, Totti è pronto a guardare la nuova Italia di Lippi dalla tv. Lui è squalificato, gli azzurri sono impegnati a Palermo nella prima partita di qualificazione ai mondiali di Germania 2006. Totti è anche infortunato. Non sta bene, si è fatto male qualche giorno prima e sa che non sarà convocato.

Totti ha quasi 28 anni. E’ a uno snodo cruciale della sua carriera. E se la Nazionale dell’era Trap lo aveva lasciato a Lisbona alle prese con lo scandalo dello sputo al medianaccio danese, quella targata Lippi sperava di trovarlo tre mesi dopo a Palermo per cominciare un nuovo cammino insieme. Perché dopo Italia-Norvegia c’è Moldova-Italia. E Totti per quella partita in realtà sarebbe convocabile. Il capitano della Roma è atteso il 4 settembre 2004 allo stadio Barbera. Ma una botta alla caviglia, rimediata in amichevole con la Lodigiani, lo costringe a rinunciare alla chiamata.

Si insinuano dubbi, il “no” sa di maledizione. “Totti resta convocato, lo aspettiamo per valutare la situazione”, è la posizione della Figc, già di per sé indicativa di differenti volontà. In tarda serata o il giorno dopo, Lippi vuole vedere Totti e parlargli. Nasce a Palermo l’Italia che vincerà il mondiale.

A raccontare come sono andate le cose è stato proprio Francesco Totti nel libro “Un capitano”, scritto con Paolo Condò e uscito nelle scorse settimane.

Immaginate lo sconcerto quando arriva in sede un fax della federazione nel quale si richiede comunque la mia presenza a Palermo per un controllo medico. Non c’è ancora l’esplicita ostilità di una visita fiscale ma il messaggio è chiaro: non si fidano. Mi imbarco per la Siciia il mattino dopo con la sensazione che le prossime ore saranno decisive per il mio futuro in Nazionale. Lippi ha bisogno di parlarmi, l’ha detto a Vito (Scala, ndr) che conoscendo il carattere di entrambi teme si possa arrivare a un confronto acceso.

Quando sbarco al Mondello Palace, l’albergo che ospita la comitiva la squadra è fuori per l’allenamento defatigante. L’atmosfera sembra allegra. Magari con un po’ di fatica perché il 2-1 di Toni è arrivato soltanto a 10 minuti dalla fine, ma abbiamo battuto a Norvegia. Arriva il pullman e il primo compagno che abbraccio è De Rossi: la sera precedente ha debuttato e ha segnato pure il primo gol. Poi mi vede Lippi, mi viene incontro sorridendo, mi chiede come sto e mi dice che dopo mangiato, mentre gli altri riposano, vorrebbe incontrarmi da solo. Non sembra mal disposto e nessun medico mi fissa un appuntamento per la visita. Non capisco.

Mangio in fretta un piatto di pasta, a questo punto non vedo l’ora di parlare col ct. “Caro Francesco, dobbiamo cominciare a conoscerci meglio”, è il preambolo di Lippi, “perché nei prossimi due mesi passeremo parecchio tempo insieme e io ti chiederò molto. Avrai letto sui giornali qualche mia intervista, i passi in cui dico che ho accettato di guidare la Nazionale perché sono convinto di avere gli uomini per compiere l’impresa e tu sei uno di quelli fondamentali. Da allenatore avversario ho passato molte notti a studiare come limitarti perché fermarti del tutto era impossibile: ora sono ansioso di godermi l’altra faccia della medaglia, organizzare un gioco che possa esaltare il tuo apporto. Ma perché questo succeda dobbiamo conoscerci ed entrare in sintonia. Per cui smettiamola di parlare di calcio, quella è l’ultima cosa e cominciamo a raccontarci che tipo di persone siamo”.

Io sono a bocca aperta. Mai visto un approccio del genere. Bellissimo. Inizio a spiegargli com’è la mia famiglia, gli dico che con Ilary le cose sono diventate subito serie, lui mi racconta le ultime di suo figlio Davide – siamo amici, abbiamo fatto assieme il servizio militare – e ci facciamo qualche risata ricordando le scemate di quei tempi. Stiamo lì a parlare di tutto: musica, politica, donne, Federer e Kobe Bryant, la ricerca dello stile e quella della vittoria. Alla fine ho la sensazione di essergli piaciuto e lui certamente è piaciuto a me”.

“Adesso torna a Roma e curati bene, Francesco, perché a ottobre comincerò ad avere bisogno di te sul serio”, mi dice, congedandomi senza visite mediche. Immagino la delusione di chi aveva previsto forti tensioni tra me e Lippi. Stabilito il rapporto umano, quello tecnico viene di conseguenza. Lippi non esagera e mi vuole davvero al centro della sua Nazionale e per farlo mi sfrutta giustamente al massimo nelle gare di qualificazione per lasciarmi invece a riposo nella amichevoli. A giugno 2005 per esempio mi risparmia la tournée americana di un’Italia molto sperimentale consentendomi di sposarmi. E’ la gestione perfetta per quelle che sono diventate le mie esigenze di quasi trentenne, ancora determinato a inseguire il grande risultato in maglia azzurra ma cui pesano ormai i ritiri troppo lunghi. Ed è in questa considerazione priviegiata che inizio l’anno del mio ultimo Mondiale”.

E com’è finita in Germania lo sappiamo tutti.

 

Quaranta anni fa la tragedia aerea di Punta Raisi: “Così furono salvati i naufraghi”

ALE. La mezzanotte è passata da 38 minuti, quando l’aereo Alitalia 4128 partito da Fiumicino e diretto a Punta Raisi, precipita in mare a poche centinaia di metri dalla pista, davanti alla costa di Cinisi, proprio mentre era pronto all’atterraggio. A bordo ci sono 129 persone tra passeggeri e membri dell’equipaggio. E’ la cronaca di una delle notti più buie della storia palermitana. Era un 23 dicembre, come oggi. Era il 1978, esattamente 40 anni fa. Una tragedia incastrata tra il disastro di Montagna Longa e la sciagura di Ustica.

Tutta colpa, probabilmente, di un’illusione ottica. Di quello che in gergo viene chiamato black hole approach. Perché può raramente succedere che di notte, con particolari condizioni meteo (ovvero nuvole a bassa quota) le luci della pista si possano riflettere sulle nubi e in mare, dando l’impressione che la pista si possa trovare alcune centinaia di metri prima della sua posizione reale. Mare, cielo, buio diventano improvvisamente un tutt’uno in quella fredda notte di dicembre. Come riportano le ricostruzioni dell’epoca l’incidente viene subito attribuito a un errore dei piloti, che a torto pensavano di essere più vicini all’aeroporto di arrivo di quanto in realtà fossero.

E’ risultata fatale per questo motivo la decisione di effettuare la discesa finale con troppo anticipo. I piloti proseguirono la manovra di discesa, ormai divenuta pericolosa, in quanto non si scorgevano le luci dell’aeroporto. Negli ultimi nove secondi del volo, però, l’aereo vola quasi allo stesso livello del mare, alla velocità di 150 nodi (280 km/h). Terrificante lo scontro con l’acqua con l’ala destra: l’aereo si spezza in più tronconi e affonda.

La maggior parte delle vittime muore nell’impatto, alcuni perdono la vita per le temperature rigide dell’acqua marina. Le vittime sono 108, tra loro tutti i 5 membri dell’equipaggio. Muore anche l’autore televisivo Enzo Di Pisa insieme con la sua famiglia. Nel cuore della tragedia si materializza però il miracolo. La cronaca appunta infatti 21 superstiti.

A distanza di 40 anni, don Gaetano Ceravolo, “reggente” del santuario di Santa Rosalia, ha voluto onorare i caduti di quel tragico 23 dicembre con una messa in cima a Monte Pellegrino, e ha poi dato appuntamento alla Stele della Memoria a Punta Raisi. Un’iniziativa fortemente voluta dalla pittrice Daniela Verduci, nipote dei due pescatori, i cugini Verduci (stesso nome: Benedetto), che hanno salvato 21 passeggeri. A raccontare come sono andate le cose è proprio la donna.

“I miei zii – dice a PalermoToday – oggi non ci sono più”. Ma quello che hanno fatto – con i loro pescherecci – è storia. “Entrambi solitamente pescavano nella zona del Trapanese – ricorda – e quel 23 dicembre, poco dopo la mezzanotte, stavano rientrando a casa, a Palermo. A bordo delle loro imbarcazioni decisero di fare l’ultima pescata per la famiglia, come si è soliti fare in vista del Natale, visto che era l’antivigilia. La loro era un’andatura lenta. Improvvisamente, in prossimità di Palermo videro un aereo che si avvicinava all’aeroporto con una manovra insolita”. I due Verduci furono testimoni diretti della tragedia.

“L’aereo precipitò in mare e si attivarono entrambi per i soccorsi – racconta la pittrice -. Non esitarono a tagliare le reti cariche di pesci. Uno dei due fece salire sul suo peschereccio 15 persone, il Nuovo Pacifico, l’altro invece riuscì a portare in salvo sei persone, sull’altra imbarcazione chiamata Santa Rita. L’aereo si era spezzato in tre tronconi. I passeggeri del troncone centrale riuscirono a venir fuori dall’aereo, mentre le altre due parti si inabissarono subito”.

C’è chi nuotando nel buio e sfidando l’acqua gelida, si aggrappò alla vita. “Ma in molti – dice Daniela Verduci – non riuscirono a salvarsi e scivolarono definitivamente in mare. C’era chi si aggrappava l’uno con l’altro per salire sui pescherecci e la presa risultava viscida per la notevole presenza di kerosene rilasciato dai motori dell’aereo. Ai tempi non c’erano i soccorsi che ci sono oggi. In tanti affondarono, ma in 21 guadagnarono miracolosamente la salvezza”. Schegge di vita nella notte più buia.