“Ucciso per aver rubato nel covo segreto di Riina”: il mistero di Angelo, ragazzo sparito nel nulla

ALE

Oggi sono 27. Ventisette anni. Di Angelo non si hanno più tracce da un altro 22 gennaio. Era il 1993. Angelo è Angelo Gullo, ragazzo di 26 anni scomparso nel nulla nel cuore dell’inverno. Sarebbe stato inghiottito dalla lupara bianca perché mesi prima avrebbe osato vandalizzare il covo del boss Totò Riina, all’epoca l’uomo più ricercato d’Italia. Almeno, così hanno poi raccontato due pentiti di mafia nel 2008, come riporta un articolo del Corriere della Sera.

La sera del 22 gennaio 1993, esattamente otto giorni dopo la cattura di Riina, Angelo viene visto per l’ultima volta, nel suo quartiere, la Molara. Saluta la mamma, la abbraccia, vede la fidanzata, sta insieme a lei e poi la riaccompagna. Sembra tranquillo, a serata finita si incammina verso casa, poi viene bloccato e portato via. Qualcuno gli presenta il conto di quella scorribanda proibita. Lo interrogano, torturano e uccidono, a freddo. Anche se il suo cadavere non è mai stato trovato.

Insomma, Angelo avrebbe pagato col prezzo più salato quella incursione nel covo del boss corleonese risalente a 4 mesi prima, una sera d’ottobre del 1992. Lui non poteva saperlo. Ma quella villa a Borgo Molara era di proprietà di Riina. Gullo pensa sia abbandonata. Scavalca insieme a un amico, ma mentre cammina lungo il muro si trova davanti gli uomini del boss dei boss. L’amico scappa. Angelo viene fermato. Si trova nel posto sbagliato nel momento sbagliato. I gorilla di Riina lo pestano, poi lo lasciano andare.

Ma chi è Angelo Gullo? Un ragazzo di periferia, che vive in una villetta della Molara con il padre, la madre e sei fratelli, dei quali lui è il terzo. Dopo il pestaggio torna a casa pieno di lividi. E’ frastornato ma si riprende. Non spiega a nessuno cosa è successo, si mette alle spalle quella parentesi. Tra la fine del 1992 e l’inizio del 1993 trova anche lavoro come muratore e nel frattempo si fidanza con una ragazza del quartiere. Si vuole sposare. L’incidente sembrava essere chiuso in questo modo, secondo le “regole” mafiose, e nei mesi successivi il giovane riacquista pian piano la serenità. Ma quattro mesi dopo lo vanno a cercare e lo eliminano. “La sera che è scomparso era tranquillo. Mi aveva abbracciato. E non l’ho più visto”, ha ricordato la madre.

Angelo scompare, la sua auto viene ritrovata il giorno dopo davanti a un bar, lungo la circonvallazione. La mamma si rivolge alla trasmissione Rai “Chi l’ha visto?”. Passano i giorni, che diventano anni. Di Gullo non c’è più traccia. Per tenere accese le luci dei riflettori tappezza le foto del figlio per tutta Palermo. Che fine ha fatto Angelo? Nel 2008, quindici anni dopo, si sente parlare di nuovo di Angelo. Secondo quanto riferisce il pentito Calogero Ganci, il figlio del boss della Noce, Raffaele, dopo il tentato furto nella villa, Gullo sarebbe stato subito individuato dai sicari e pestato per il gesto commesso. Per poi essere rilasciato. “Ritenevamo che quella fracchiata (scarica ndr) di legnate bastasse – avrebbe detto il pentito – e non ci fu spiegato perché a distanza di tempo venne poi eliminato”.

Ed è allora che viene raccontata la tragica fine del ragazzo. Sì perché quella punizione iniziale sarebbe stata giudicata troppo blanda da altri capimafia, che successivamente decretano il sequestro e l’uccisione del giovane con il metodo della ”lupara bianca”. Angelo sarebbe stato ucciso dal capomafia del quartiere Pagliarelli, Matteo Motisi, che avrebbe riferito dell’omicidio al boss Raffaele Ganci. Calogero, il figlio, racconta: ”Per noi quelle legnate sarebbero bastate. Ma a mio padre Motisi non chiarì perché invece loro ammazzarono quel ragazzo”. A picchiare il giovane sarebbero stati, secondo il racconto del collaboratore di giustizia, lo stesso Ganci, Francesco Paolo Anzelmo e Giovanni Guglielmino.

Il tragico epilogo sarebbe legato all’arresto di Riina datato 15 gennaio 1993, ovvero otto giorni prima della scomparsa. Anche se il furto fatale non era avvenuto nell’ultimo covo, quello arcinoto di via Bernini, ma in quello sconosciuto della Molara. “E non si può escludere che nella decisione del capo di Cosa Nostra di spostarsi dal primo al secondo rifugio, quello della Molara, possa entrarci anche quella misteriosa incursione di Gullo e di una seconda persona sulla quale non si è mai saputo nulla”, scrive 15 anni dopo il Corriere della Sera.

Col passare del tempo viene tratteggiata una ricostruzione più precisa dei fatti: dopo l’arresto di Riina i fedelissimi del capomafia che avevano ripulito accuratamente il covo del boss in via Bernini per proteggere i suoi segreti, si ricordano che alcuni mesi prima qualcuno era entrato in un’altra villa di Riina, nella borgata sotto Monreale e ripensano a quel ragazzo, Angelo Gullo. Secondo quanto spiegano in seguito alcuni collaboratori di giustizia, temendo che possa aver visto o preso qualcosa di compromettente, avrebbero deciso di far sparire anche lui. Viene fuori un dettaglio fondamentale: dal 15 gennaio ’93 al 2 febbraio non viene fatto alcun controllo nel covo di via Bernini. Ed è esattamente in mezzo a queste due date che si colloca la scomparsa di Angelo. La madre, che non si è mai arresa, si è opposta alla terza richiesta di archiviazione del caso della Procura di Palermo. La signora Giovanna D’Amico nel 2011 attraverso “Chi l`ha visto?” ha lanciato un appello, chiedendo verità e giustizia per il figlio: “Vogliono archiviare il caso di mio figlio. Non si riesce a capire cosa prova una madre che non trova suo figlio, non c’è pace, né notte né giorno”.

La vicenda di Angelo viene sfiorata in un libro, “L’ultimo rifugio di Riina – Storia di una fabbricazione mediatica”, disponibile gratuitamente online, scritto da Syquem Caladejo, pseudonimo del vero autore che ha scelto di rimanere anonimo. Si parla del covo “ufficiale”, quello più famoso, ovvero della villa di via Bernini, della mancata perquisizione e sull’”accordo indicibile” fra Stato e mafia. “Perché Gullo fu ammazzato? Forse perché gli uomini di Riina volevano evitare il rischio che si sapesse dell’esistenza di un secondo covo, dove molto più probabilmente, qui sì, venivano tenuti documenti rilevanti”. “In via Bernini, dove vivevano, come è provato, la moglie e i 4 figli di Riina, Gullo non si era mai neppure avvicinato, e quindi non poteva aver visto nulla a quell’indirizzo, né sapere alcunché di quella casa – si legge -. Viceversa, può aver visto certamente qualcosa nell’altro covo, quello dove si introdusse per rubare. Una circostanza confermata anche dalla madre: “Una sera tornò a casa pieno di lividi, ma non volle spiegare cosa gli era successo, sembrava terrorizzato”, disse la donna.

Forse Angelo aveva visto qualche documento scottante? Così la cattura del capo di Cosa Nostra avrebbe reso necessaria la sua eliminazione? Una storia densa di misteri. Che fa affiorare dubbi sulla possibile messinscena messa in piedi sul covo di via Bernini e la sua mancata perquisizione e sul nascondiglio di Borgo Molara, quasi mai citato quando si parla della latitanza di Riina. La certezza, l’unica di questa storia, è che Angelo avrebbe oggi 53 anni. Ma il suo tempo si è fermato in una sera, lontanissima, d’inverno.

 

Pubblicato il 22 gennaio 2020 su Mafia. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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