Archivio mensile:dicembre 2018

Quaranta anni fa la tragedia aerea di Punta Raisi: “Così furono salvati i naufraghi”

ALE. La mezzanotte è passata da 38 minuti, quando l’aereo Alitalia 4128 partito da Fiumicino e diretto a Punta Raisi, precipita in mare a poche centinaia di metri dalla pista, davanti alla costa di Cinisi, proprio mentre era pronto all’atterraggio. A bordo ci sono 129 persone tra passeggeri e membri dell’equipaggio. E’ la cronaca di una delle notti più buie della storia palermitana. Era un 23 dicembre, come oggi. Era il 1978, esattamente 40 anni fa. Una tragedia incastrata tra il disastro di Montagna Longa e la sciagura di Ustica.

Tutta colpa, probabilmente, di un’illusione ottica. Di quello che in gergo viene chiamato black hole approach. Perché può raramente succedere che di notte, con particolari condizioni meteo (ovvero nuvole a bassa quota) le luci della pista si possano riflettere sulle nubi e in mare, dando l’impressione che la pista si possa trovare alcune centinaia di metri prima della sua posizione reale. Mare, cielo, buio diventano improvvisamente un tutt’uno in quella fredda notte di dicembre. Come riportano le ricostruzioni dell’epoca l’incidente viene subito attribuito a un errore dei piloti, che a torto pensavano di essere più vicini all’aeroporto di arrivo di quanto in realtà fossero.

E’ risultata fatale per questo motivo la decisione di effettuare la discesa finale con troppo anticipo. I piloti proseguirono la manovra di discesa, ormai divenuta pericolosa, in quanto non si scorgevano le luci dell’aeroporto. Negli ultimi nove secondi del volo, però, l’aereo vola quasi allo stesso livello del mare, alla velocità di 150 nodi (280 km/h). Terrificante lo scontro con l’acqua con l’ala destra: l’aereo si spezza in più tronconi e affonda.

La maggior parte delle vittime muore nell’impatto, alcuni perdono la vita per le temperature rigide dell’acqua marina. Le vittime sono 108, tra loro tutti i 5 membri dell’equipaggio. Muore anche l’autore televisivo Enzo Di Pisa insieme con la sua famiglia. Nel cuore della tragedia si materializza però il miracolo. La cronaca appunta infatti 21 superstiti.

A distanza di 40 anni, don Gaetano Ceravolo, “reggente” del santuario di Santa Rosalia, ha voluto onorare i caduti di quel tragico 23 dicembre con una messa in cima a Monte Pellegrino, e ha poi dato appuntamento alla Stele della Memoria a Punta Raisi. Un’iniziativa fortemente voluta dalla pittrice Daniela Verduci, nipote dei due pescatori, i cugini Verduci (stesso nome: Benedetto), che hanno salvato 21 passeggeri. A raccontare come sono andate le cose è proprio la donna.

“I miei zii – dice a PalermoToday – oggi non ci sono più”. Ma quello che hanno fatto – con i loro pescherecci – è storia. “Entrambi solitamente pescavano nella zona del Trapanese – ricorda – e quel 23 dicembre, poco dopo la mezzanotte, stavano rientrando a casa, a Palermo. A bordo delle loro imbarcazioni decisero di fare l’ultima pescata per la famiglia, come si è soliti fare in vista del Natale, visto che era l’antivigilia. La loro era un’andatura lenta. Improvvisamente, in prossimità di Palermo videro un aereo che si avvicinava all’aeroporto con una manovra insolita”. I due Verduci furono testimoni diretti della tragedia.

“L’aereo precipitò in mare e si attivarono entrambi per i soccorsi – racconta la pittrice -. Non esitarono a tagliare le reti cariche di pesci. Uno dei due fece salire sul suo peschereccio 15 persone, il Nuovo Pacifico, l’altro invece riuscì a portare in salvo sei persone, sull’altra imbarcazione chiamata Santa Rita. L’aereo si era spezzato in tre tronconi. I passeggeri del troncone centrale riuscirono a venir fuori dall’aereo, mentre le altre due parti si inabissarono subito”.

C’è chi nuotando nel buio e sfidando l’acqua gelida, si aggrappò alla vita. “Ma in molti – dice Daniela Verduci – non riuscirono a salvarsi e scivolarono definitivamente in mare. C’era chi si aggrappava l’uno con l’altro per salire sui pescherecci e la presa risultava viscida per la notevole presenza di kerosene rilasciato dai motori dell’aereo. Ai tempi non c’erano i soccorsi che ci sono oggi. In tanti affondarono, ma in 21 guadagnarono miracolosamente la salvezza”. Schegge di vita nella notte più buia.

 

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L’agente dell’Ucciardone ucciso per aver visto un pizzino: “Un omicidio come regalo di Natale tra i boss”

ALE

Aprile 1995. Durante l’ora d’aria in carcere all’Ucciardone, a un certo punto si trovano a distanza ravvicinata un paio di pezzi gorssi di Cosa Nostra. Sono Mariano Agate, il capo della mafia di Mazara, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano e Raffaele Ganci, tutti e tre boss palermitani. Un agente nota uno strano movimento, decide di far perquisire i quattro.

Lui è Giuseppe Montalto, 30 anni, agente scelto della polizia penitenziaria. Dopo aver prestato servizio al carcere Le Vallette di Torino, da un paio d’anni è a Palermo, all’Ucciardone, nella sezione di massima sicurezza, quella riservata ai boss. Improvvisamente Montalto vede Raffaele Ganci far scivolare un foglietto dietro una tubatura. Prende quel foglietto e lo consegna al suo superiore raccontando quello che ha appena visto. Per avere intercettato quel “pizzino” l’agente viene condannato a morte dai boss.

E in effetti i boss aspettano appena otto mesi. E’ il 23 dicembre 1995 (23 anni fa esatti) l’antivigilia di Natale. Due killer, a Trapani, lo aspettano davanti alla casa del suocero, non curanti del fatto che Montalto sia con la moglie Liliana e la figlia di 10 mesi. L’agente viene ucciso. Il delitto fu considerato un avvertimento dei vertici di Cosa Nostra nei confronti del trattamento dei boss nelle carceri. Liliana vede accasciarsi il marito, senza poter far nulla. Mesi dopo saprà che in grembo portava la loro seconda figlia.

Anni dopo un pentito, Francesco Milazzo, rivela che Montalto è stato ucciso perché aveva sequestrato un bigliettino fatto arrivare in carcere ai boss Mariano Agate, Raffaele Ganci e Giuseppe Graviano. Per l’omicidio è stato condannato all’ergastolo Vito Mazzara. Giuseppe Montalto fu ucciso perché i mafiosi in libertà dovevano fare avere un regalo ai mafiosi detenuti al 41 bis. E l’omicidio di Giuseppe Montalto fu il regalo di Natale. Fu la risposta della cupola contro il 41 bis, il regime di carcere duro. Montalto venne “punito” per l’inflessibilità dimostrata nei confronti dei detenuti mafiosi mentre era in servizio nel penitenziario palermitano.

Un delitto deciso nel corso di summit di mafia nel quale c’era anche il pentito Giovanni Brusca. Il collaboratore di giustizia spiegò che “quell’uccisione aveva un valore simbolico di monito nei confronti delle altre guardie carcerarie in quanto in quel periodo circolava la voce che nelle carceri di Pianosa e dell’Asinara si verificavano maltrattamenti ai danni dei detenuti”.

16 dicembre 1979: aereo americano sfiora i tetti di Palermo e si schianta su una casa a Capaci

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Quel che rimase del Grumman dopo lo schianto a Capaci (foto Attilio Albergoni)

ALE
Palermo 0, Monza 3. Guerriglia alla Favorita, pietre e bastoni in campo. Cinque poliziotti feriti, macchine all’esterno dello stadio danneggiate. E’ questo l’argomento più chiacchierato la sera del 16 dicembre 1979, 39 anni fa esatti. E’ una domenica, che sta volando via. Ma sulla testa dei palermitani sta volando anche un Grumman Prowler EA-6B dell’aviazione di Marina degli Stati Uniti. Chi abita nei piani alti improvvisamente sente il forte rumore di un motore d’aereo. E’ un “Predatore”, un aereo da guerra elettronica imbarcabile su portaerei, che sorvola basso la città. La sensazione è di quelle mai provate: il velivolo sfiora i palazzi e lascia intendere che ha dei problemi.

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10 dicembre 1988: Giucas Casella ipnotizza le mani di un bambino palermitano e… lo porta da Maradona

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FRANK
Sabato 10 dicembre 1988, in tv su Raiuno, passano Fantastico 9, milioni di italiani sono incollati al piccolo schermo per il varietà abbinato alla Lotteria Italia. Enrico Montesano e Anna Oxa presentano l’edizione che verrà ricordata per il record di biglietti venduti: 38 milioni. Si canta, si balla e… ci si ferma. Sì, perché tra gli ospiti quella sera c’è Giucas Casella, che sta venendo alla ribalta per i suoi esperimenti di ipnosi. “Quando lo dico io!”, ripete il mago di Termini Imerese, Giuseppe Casella, detto Giucas dalle iniziali di nome e cognome. “Quando lo dico io!”, “Quando lo dico io!” insiste il mago fino a quando gli ospiti al Teatro delle Vittorie non rimangono con le dita incollate. Poi è lo stesso Giucas a spezzare l’incantesimo. A mille chilometri di distanza, a Palermo, però, qualcosa non va per il verso giusto: Dino (nome di fantasia), un bambino di otto anni, che sta seguendo Fantastico in tv, ascolta Giucas e, nonostante il mago abbia detto di non provarci a casa, incrocia le mani e non riesce più a staccarle.

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