Il viaggio verso Palermo di Ettore Majorana: un mistero lungo 80 anni

ettore majorana

ALE
Fine anni Ottanta. Leonardo Sciascia incontra Paolo Borsellino in un ristorante di Marsala. Poco dopo gli invia una lettera. E chiede informazioni sull'”uomo cane”. Cerca di saperne di più sullo smemorato di Mazara del Vallo, un barbone che qualcuno ipotizza sia Ettore Majorana, il fisico più geniale della generazione di Enrico Fermi scomparso misteriosamente nel 1938, 80 anni fa esatti. Anche Borsellino indaga su quello che si è rivelato uno dei più grandi misteri italiani degli ultimi 100 anni. E cerca dentro una carpetta rossa una delle tante leggende che girano intorno al fisico catanese.

Ma per capire la storia dell’uomo cane bisogna tornare indietro, di nuovo nel 1938. Majorana ha 31 anni. In quei giorni il gruppo di fisici noto come “i ragazzi via Panisperna” si sta disperdendo, ognuno con i suoi incarichi di lavoro in Italia o all’estero. Deve fare in fretta perché tra non molto scoppia la seconda guerra mondiale. Ettore Majorana la sera di venerdì 25 marzo parte da Napoli con un piroscafo della società Tirrenia alla volta di Palermo. Secondo i piani dovrebbe fermarsi un paio di giorni per alloggiare al Grand Hotel Sole. Gli amici lo avevano invitato a staccare la spina e prendersi un periodo di riposo. Prima di partire però va in banca, ritira tutti gli stipendi che non aveva mai riscosso in precedenza e scrive una lettera al direttore dell’istituto di Fisica sperimentale di Napoli, Antonio Carrelli, informandolo di aver preso “una decisione che era ormai inevitabile”. Alla famiglia invece scrive: “Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero (…). Ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi”. Quindi si imbarca sul postale per Palermo, probabilmente con il passaporto di cui era sicuramente in possesso, ma che non viene poi trovato nella sua stanza d’albergo.

Il giorno dopo Majorana invia un altro telegramma a Carrelli: “Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani a Napoli, ho però intenzione di rinunciare all’insegnamento”. Ma da quel momento di Majorana si avranno più notizie. Del caso se ne occupa anche Mussolini perché la scomparsa del fisico è una sconfitta che il fascismo non può permettersi. Il professor Vittorio Strazzeri dell’Università di Palermo dice di averlo visto a bordo alle prime luci dell’alba del 27 marzo mentre il piroscafo sul quale era imbarcato stava per attraccare a Napoli. Ma in realtà non si avrà mai certezza sul fatto che Majorana sia davvero ripartito da Palermo alla volta di Napoli nel viaggio di ritorno sul traghetto come da lui annunciato, si sia gettato in mare o piuttosto abbia voluto far perdere le proprie tracce.

Si parla di suicidio, di rapimento, di una fuga volontaria. Perfino di colpi di testa “mistici”. Spunta la pista sudamericana, qualcuno dice di averlo incontrato in Argentina, in una casa di Buenos Aires, altri parlano di Venezuela. C’è anche chi lo segnala in Germania, in un casolare calabrese, in un’abbazia salentina e perfino in un eremo in Toscana. Viene fuori anche che sulla nave Napoli-Palermo Majorana avesse casualmente incontrato un certo Tommaso Lipari. Majorana avrebbe cambiato il suo programma approfittando dell’incontro con Lipari. I due avrebbero accettato lo scambio di identità: Lipari in cambio di denaro, Majorana senza pretendere nulla in cambio. Lipari a questo punto con quei soldi sarebbe poi andato in Argentina con il nome di Ettore Majorana (pista argentina). Indaga anche Leonardo Sciascia, che nel 1975 raccoglie notizie e dichiarazioni rielaborandole in modo personale e affascinante per costruire un romanzo.

E l’uomo cane e Borsellino? Il mistero di Majorana si intreccia con quello di un clochard arrivato a Mazara nel 1942, quattro anni dopo la scomparsa del fisico catanese. Dicono che si chiami Tommaso Lipari. Si aggira per le viuzze della casbah mazarese raccogliendo rifiuti e cicche di sigarette. Il barbone diventa presto un personaggio molto amato in città. Muore nel 1973 e nell’aprile del 1988 due fratelli mazaresi, Armando e Edoardo Romeo, chiedono a Paolo Borsellino, che nel frattempo fa il procuratore a Marsala, di aprire un’inchiesta. Gli spiegano che l’uomo cane in realtà era Majorana. Gli dicono che proprio Majorana aveva confidato loro il suo segreto, però con il patto di custodirlo fino “a 15 anni dopo la sua morte”. Ci sono alcuni dettagli che fanno riflettere: Lipari sulla mano destra aveva una cicatrice, come Majorana. Hanno la stessa altezza e una macchia apparentemente uguale. L’uomo cane sostiene di essere un ex professore di matematica e fisica, gli universitari del posto gli riconoscono lampi di genio. C’è poi il dettaglio del bastone che ha una serie di tacche nere poste ad intervalli che appaiono non casuali: si scoprirà dopo che rappresentano la sequenza di Fibonacci.

I fratelli Romeo chiedono a Borsellino di accertare la verità. Al commissariato di Mazara c’è però un fascicolo su Tommaso Lipari. E’ scarno, ma contiene qualcosa. E’ dentro una carpetta rossa. Borsellino trova qualche foglio di interrogatorio e una nota informativa che definisce il vagabondo uno squilibrato mentale. Il giudice scopre che un mese dopo la scomparsa di Majorana un certo Tommaso Lipari usciva dal carcere di Favignana. E siccome l’uomo cane, per un banale episodio (oltraggio a pubblico ufficiale), era finito in galera nel 1948, diventa facile confrontare le firme apposte dai due nei registri carcerari, anche se in momenti diversi. L’inchiesta si conclude quindi con un confronto calligrafico che dà esito negativo. Il giudice Borsellino considera le firme molto simili e si convince che Lipari e l’uomo cane fossero la stessa persona. Ma è un mistero che non finisce mai. E che ancora adesso, a distanza di 80 anni, riappare e scompare. Come il mito di Ettore Majorana, il più grande fisico teorico del suo tempo, sfuggito pure al peso del suo genio.

Pubblicato il 25 marzo 2018 su Cronaca. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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