Una risata, poi due killer uccidono Michele Reina in via Principe di Paternò

ALE
Michele Reina ha 47 anni. Da tre è segretario provinciale della Dc. Il 9 marzo 1979 è un venerdì, come oggi. Sono le 22.20 quando il politico sta per accomodarsi nella sua Alfetta 2000 con la moglie Marina, di 35 anni, e una coppia di amici, Mario Leto (ex direttore amministrativo della più grande casa vinicola siciliana, la Corvo), 43 anni – amico d’infanzia – e la moglie. Siamo in via Principe di Paternò: Reina ha da poco lasciato la casa di un amico dove ha cenato. All’improvviso una Ritmo grigia affianca l’Alfetta. Scendono due giovani a volto scoperto, mentre un complice rimane al volante.

E’ appena scattato l’agguato. Il commando inizia a sparare a raffica da distanza ravvicinata. Tre colpi secchi di calibro 38: Reina viene fulminato all’istante. E’ colpito al collo, alla testa e al torace. Mario Leto, ferito a una gamba, estrae la pistola che portava con sé, una Colt 38 special con pallottole imbottite e doppio caricatore e malgrado violente fitte di dolore si lancia in strada sparando contro i sicari. “Non abbiamo più capito niente – racconta Leto ai cronisti -. Uno dei due killer mentre sparava ghignava tanto che m’è parso ridesse”. La Fiat Ritmo sgomma lontano: l’auto risulterà rubata poche ore prima. La targa applicata appartiene a una Fiat 128, anch’essa rubata intorno alle 19 del giorno stesso del delitto.

A questo punto si intrecciano due piste. C’è chi pensa sia terrorismo – perché siamo pur sempre negli anni Settanta – e chi invece punta sulla matrice mafiosa. Perché siamo pur sempre a Palermo. Prima di mezzanotte in realtà l’omicidio viene rivendicato con una telefonata anonima al centralino del Giornale di Sicilia. Al di là della cornetta una voce afferma: “Abbiamo giustiziato il mafioso Michele Reina”. Il delitto è firmato a nome di “Prima linea”, in quel periodo uno dei gruppi armati più attivi del terrorismo rosso. La mattina seguente invece una seconda telefonata – questa volta al centralino de L’Ora – dice più o meno così: “Faremo una strage se non sarà scarcerato il capo delle Brigate Rosse, Renato Curcio”. Chi chiama sostiene di parlare a nome delle Brigate Rosse. Ma gli inquirenti non credono alla pista terroristica. E infatti giorni dopo da Prima Linea sottolineano la totale estraneità all’omicidio. Nel 1984 Buscetta si penta e rivela: “Anche l’onorevole Reina è stato ucciso su mandato di Salvatore Riina”.

Nel 1992 si apre il processo per i cosiddetti “omicidi politici”. E tra questi c’è anche quello di Michele Reina. Nell’aprile del 1999, dopo i primi due gradi di giudizio, il processo è approdato in Cassazione, dove sono state confermate sia l’impianto accusatorio che le pene irrogate. Con Salvatore Riina, sono stati condannati al carcere a vita Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Michele Greco, Bernardo Brusca, Francesco Madonia e Antonino Geraci.

I giudici istruttori nell’ordinanza scriveranno “Eletto segretario provinciale della DC nell’anno 1976, Reina era stato uno dei principali fautori e sostenitori della costituzione della nuova maggioranza interna alla Dc. Dopo la sua elezione, aveva contribuito insieme a Rosario Nicoletti, allora segretario regionale, alla formazione della giunta Scoma, che rappresentava il primo momento di attuazione della politica di apertura alle sinistre. La fattiva dinamicità del Reina, alla cui base vi era forse anche una personale e pragmatica aspirazione ad accrescere il proprio personale peso politico, determinò una sua progressiva sovraesposizione”.

Pubblicato il 9 marzo 2018 su Mafia. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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