Ucciso a 31 anni: Donato, l’ingegnere che non si è piegato alla mafia

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La sera del 2 marzo di 30 anni fa Donato Boscia stava tornando a casa. Lui, barese di Gioia del Colle, giovane ingegnere di 31 anni lavorava per la Ferrocementi di Roma e in poco tempo aveva già fatto tanta carriera. Lo mandarono in Sicilia, gli assegnarono la direzione del cantiere per l’acquedotto a Palermo. Il suo compito era quello di sfondare il Monte Grifone. Una sezione dell’acquedotto siciliano sul quale la mafia non era riuscita a mettere le mani.

Ogni giorno smontava dal servizio alle 17, ma chi lo voleva uccidere era consapevole delle sue abidituni. Donato Boscia indugiava, gli piaceva restare sempre un po’ di più sul cantiere con gli operai. Gli orari della sua giornata erano sempre gli stessi. L’omicidio si consuma vicino alla circonvallazione, nei pressi di Ciaculli. I killer bloccano la sua auto a un incrocio e gli scaricano addosso cinque colpi di pistola. Era il 2 marzo 1988. L’auto usata per l’omicidio è una Regata risultata subito rubata due mesi prima. Gli assassini la fanno divorare dalle fiamme subito dopo l’agguato.

Il processo, celebrato e conclusosi a Palermo nel 1997, stabilì 22 condanne di cui 14 all’ ergastolo, e dimostrò che era coinvolto nell’omicidio del giovane ingegnere di Gioia del Colle anche Totò Riina. Il 24 novembre 2000, tramite l’ex Prefetto della città di Bari Tommaso Blonda, il Ministero dell’Interno insignì Donato Boscia della medaglia d’oro al merito civile con la motivazione: “Professionista impegnato nella costruzione di serbatoi idrici di fondamentale importanza per la comunità, non si piegava alle pressioni delle locali cosche delinquenziali nell’assegnazione di subappalti, subendo la loro violenta ritorsione. Raggiunto da cinque colpi di arma da fuoco, cadeva vittima innocente della mafia, sacrificando la giovane vita ai più nobili ideali di rettitudine morale e non comune coraggio”.

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Pubblicato il 2 marzo 2018 su Mafia. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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