Morire al Giro d’Italia: la tragedia di Emilio Ravasio a Palermo

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Morire pedalando al Giro d’Italia. Succede anche questo nella corsa rosa, quella più amata dagli italiani. Quella che porta migliaia di gente in strada, anima del ciclismo che viene a trovarti sotto casa e non ti chiede niente. Senza barriere, tornelli, biglietti, né abbonamenti. Una festa gratuita, dal fascino eterno, ma che a volte si trasforma in tragedia. Ieri, come oggi, il Giro scorre dalle nostre parti. E’ il 1986, è metà maggio, e la Palermo-Sciacca non è ancora scorrimento veloce, ma una tappa del Giro d’Italia. Il 12 maggio – dopo il cronoprologo di Palermo di un chilometro che assegna la prima maglia rosa – si corre dal capoluogo a Sciacca. Tappa facile facile: 136 chilometri tutti d’un fiato. Sul traguardo della città termale sfreccia davanti a tutti Santimaria. Moser e Bontempi arrivano tra i primi. Sembra una tappa come tutte le altre, ma non è così.

Perché ai -10 dal traguardo è successo qualcosa: Emilio Ravasio, brianzolo di 24 anni dell’Atala-Omega, sbatte la testa sul marciapiede. In realtà pare una caduta di gruppo banale, tant’è vero che Adriano De Zan non si sofferma. Sorvola. E perfino i tg subito dopo non ne parlano. La cronaca celebra lo spettacolo siciliano del Giro, anche perché dopo il capitombolo sul marciapiede, Ravasio si rialza. E fa esattamente quello che aveva fatto Serse Coppi – il fratello del Campionissimo – 35 anni prima. E cioè inforcare la bicicletta e pedalare verso il traguardo.

Ravasio arriva appena 7 minuti dopo il gruppone. Sono le 17. Emilio scende dalla bici, raggiunge il camper della sua squadra, si rifocilla. Poi fa la doccia e via in albergo, per preparare la tappa massacrante dell’indomani (259 chilometri, traguardo a Catania). Sono le 18. Ravasio entra nella hall del Grand hotel delle Terme. Pochi attimi dopo però inizia a dare segni di cedimento. Accusa conati di vomito, perde conoscenza, piomba a terra come un sasso. Viene ricoverato nel vicino ospedale e alle 19 entra in coma. E’ un’escalation drammatica. I medici dispongono il trasferimento d’urgenza al Civico di Palermo. Ravasio viene operato al cranio. Un delicato intervento neurochirurgico per alleggerire la pressione di un ematoma al cervello. La notizia – dalla Sicilia – rimbalza nelle case degli italiani. La corsa Gazzetta riparte, anche se i corridori sono sotto shock. Da Sciacca a Catania e poi su per il resto della Penisola. “Ravasio, vinci il tuo Giro”, scrivono i tifosi sugli striscioni e sull’asfalto.

Emilio è gravissimo. Lotta, non si arrende, ma non si risveglia. Passano i giorni, le settimane. Il Giro nel frattempo è appena entrato nella sua fase decisiva. Le condizioni del ciclista, stazionarie da un po’, purtroppo si aggravano per complicazioni bronco-polmonari. E’ il 27 maggio, sono passati 15 giorni dalla caduta: alle 14 la corsa rosa si trova in Brianza, proprio a casa dello sfortunato ciclista. Da qui Adriano De Zan cancella ogni speranza e annuncia: “Emilio Ravasio è morto a Palermo”. Dalla festa della strada alla tragedia. Perché in fondo il corridore è come l’equilibrista sul filo. Cavaliere veloce e solitario, sulla strada nuda.  Scheggia elegante e coraggiosa sull’asfalto pieno di insidie. Uomo fragile che passa in mezzo alla gente. E che alla fine deve sempre vedersela col Fato.

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Pubblicato il 9 maggio 2017, in Ciclismo con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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