La strage aerea di Montagna Longa, un mistero lungo 45 anni

montagna longa

Quel che rimase dell’aereo DC8 dell’Alitalia schiantatosi su Montagna Longa il 5 maggio 1972 (foto di Marco Maniaci – http://www.montagnalonga.it)

ALE

Quarantacinque anni di silenzi. C’è una croce su Montagna Longa. Serve a ricordare le 115 vittime di uno dei più grandi disastri dell’aviazione italiana. Era un 5 maggio, come oggi. Sono le 22.20. Se sui cieli di Ustica il protagonista fu un Dc9, questa volta l’aereo sfortunato è il Dc 8 in volo da Roma a Palermo. Serata calda, ma senza vento: un cielo notturno dalle condizioni ottime sta per arrivare il volo Alitalia AZ 112. Ma quell’aereo – con 115 persone a bordo, tra equipaggio e passeggeri – all’aeroporto di Punta Raisi non ci arriverà. Una palla di fuoco si schianta contro Montagna Longa, tra Carini e Cinisi. Muoiono tutti, lasciando 98 orfani e 50 vedove. I corpi vengono trovati in un raggio di centinaia di metri.

I primi trenta cadaveri sono raccolti da due vigili del fuoco che si arrampicano lungo il crinale di Montelepre. Chi arriva per primo sul posto, parla di scene raccapriccianti. Dopo 45 anni il grande assente è sempre lo stesso: la verità. Si parla di errore umano, di attentato, di complotto. Tante le piste seguite dalla magistratura, ma tutte le inchieste vengono archiviate.

Alzi la mano chi ha i capelli bianchi e non ricorda dov’era e cosa stesse facendo quella sera. A caldo qualcuno dà la colpa ai piloti: avevano bevuto, si dice. Solo illazioni. L’autopsia, poco dopo, avrebbe smentito infatti la presenza di alcol nel sangue dei piloti. La certezza è che l’aereo andò esattamente dove non doveva, cioè dritto oltre l’aeroporto, come se non ci fosse nessuno ai comandi. I resti dell’aereo, bruciati sulla montagna, ci dicono che i motori erano a pieno regime. Avanzano le ipotesi. Una nota d’agenzia della “Reuters”, tre giorni dopo, lancia subito la tesi di una bomba a bordo. Le indagini la scartarono del tutto, cumulando una serie di dubbi.

E’ il 1972. Si parla di sciagura, incidente, disastro. Quaranta anni dopo uno dei parenti delle vittime, il generale dei carabinieri Antonio Borzì, che nel disastro perse il fratello Rosario, avanza attraverso l’avvocato Ernesto Pino la richiesta alla procura di Catania di riapertura del processo. Secondo il legale, l’inchiesta ha omesso di approfondire alcuni elementi che avrebbero potuto accertare la verità sull’incidente, attribuito a un errore dei piloti. Negli atti della richiesta il legale presenta alcune foto scattate all’indomani della sciagura. In una di esse si vedono dei fori sull’ala, che secondo l’avvocato sarebbero compatibili con dei proiettili.

Lo storico Casarrubea osserva: “Quel pomeriggio c’era un’esercitazione della Nato sui cieli siciliani”. L’accostamento con Ustica sorge spontaneo. A bordo dell’ aereo c’erano personaggi noti: il regista Franco Indovina e il presidente del Tribunale di Palermo, Ignazio Alcamo, che qualche giorno prima aveva spedito al confino la moglie di Totò Riina, un noto costruttore palermitano e il figlio dell’allora allenatore della Juventus, Cestmyr Vycpaleck. Ma anche la giornalista Angela Fais, che da giorni stava approfondendo il tema delle trame “neofasciste” in Sicilia. Ecco, la loro presenza a bordo c’entra qualcosa?

Silenzi, omissioni, depistaggi, insabbiamenti e complicità istituzionali. Emerge però anche il coraggio del vicequestore di Trapani Giuseppe Peri. Che crede nella pista dell’attentato e, nel 1976, pubblica uno scottante dossier. Trentasei fogli che scrivono una storia misteriosa, sulla scia delle confessioni di un neofascista brindisino. Peri imbrocca la pista del patto tra mafia e neri: ipotizza che la strage di Montagna Longa fosse uno dei tasselli del mosaico della “strategia della tensione”. Attentato di matrice “neofascista”, intrecciato nel quadro di rapporti tra mafia, servizi segreti deviati e poteri occulti. Una tragedia che si consumò di sera nell’ultimo giorno della campagna elettorale.

Secondo il vicequestore Peri forze reazionarie e antidemocratiche organizzarono, alla vigilia di importanti elezioni, gli omicidi eccellenti del procuratore capo di Palermo, Pietro Scaglione (5 maggio del 1971), del giudice romano Vittorio Occorsio (10 luglio del 1976) e del procuratore generale di Genova, Francesco Coco (8 giugno del 1976). “La storia insegna – si legge nel dossier – che, nell’attuale Repubblica Italiana basata su istituzioni democratiche, per discreditarle e sovvertirle sono stati uccisi diversi Procuratori della Repubblica, colpendo, così, lo Stato al cuore, nei suoi Organi più rappresentativi”. Peri muore nel 1982. E quel dossier non viene mai preso in considerazione. Anche perché il vicequestore invia quel rapporto a tutti fuorché alla magistratura catanese titolare delle indagini.

Di quel dossier viene persa ogni traccia. Fino al 1997 quando viene ritrovato a Marsala. Peri sosteneva la tesi di una bomba a bordo che doveva esplodere dopo lo sbarco dei passeggeri. Quarantacinque anni dopo il giallo è intatto. C’è quella scatola nera stranamente strappata nel punto cruciale. E una casella vuota per un passeggero mai identificato. Quarantacinque anni dopo resta il silenzio, assordante. E quella croce lassù, ormai coperta dalla ruggine.

 
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Pubblicato il 5 maggio 2017, in Cronaca, Storia con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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