Gol ed errori, Schillaci racconta i suoi 50 anni

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Qualche giorno fa ho intervistato Totò Schillaci per il Giornale di Sicilia. Totò mi ha dato appuntamento al campo dove ha iniziato, in via Leonardo da Vinci, a Palermo. Abbiamo parlato per un’ora e dieci minuti. Il Giornale di Sicilia mi ha concesso 120 righe, uno spazio enorme per le esigenze di una redazione, ma non sono riuscito a mettere tutto. Qui vi propongo l’intervista in versione pressoché integrale.

Gli occhi da spiritato di Italia ’90 sono circondati da qualche ruga, ma chi ci crede che con quel look da eterno ragazzo Totò Schillaci oggi compie cinquant’anni? Eppure è così, il calendario è inesorabile. E il prestigiatore delle Notti magiche si appresta a tagliare il traguardo del mezzo secolo di vita. Anche se ha più capelli rispetto a quando giocava. Ma la spontaneità che spesso lo ha penalizzato resta quella di sempre. “Non ho problemi ad ammettere il trapianto di capelli – confessa – come le donne si rifanno le labbra o il seno, io ho voluto questo. E le battute ci possono stare, non me la prendo”. Totò guarda alle sue spalle, c’è il campo dove ha iniziato con l’Amat Palermo, oggi centro sportivo Cantera Ribolla che ha dato in gestione a un gruppo di tecnici. L’ex centravanti di Messina, Juventus, Inter e Jubilo Iwata, si volta indietro e traccia un bilancio: “Mi do un otto in pagella per la mia carriera e la mia vita, ma ci sono degli errori che non rifarei”. Alcuni investimenti sbagliati che lo hanno costretto ad una quasi eterna gavetta anche dopo che era diventato famoso, alcune scelte di vita. “Ma l’importante è rialzarsi, ed oggi sono soddisfatto in generale di quello che ho fatto”, dice con un sorriso lieve l’ex centravanti.

E allora, Schillaci, è il caso di festeggiare?

“Non so, io faccio il compleanno l’1, mia moglie il 6, forse faremo un weekend insieme. Certo i miei genitori vorrebbero farmi una grande festa, ma io non amo queste cose…”

E i suoi figli?
“Mi chiameranno sicuramente per farmi gli auguri, vivono tutti fuori”.

Cosa fanno?
“Mattia ha 24 anni e lavora per il Pavia che ha una proprietà cinese, conosce quella lingua e fa il traduttore. Anche la sorella Jessica, 26 anni, studia Lingue straniere a Verona. Entrambi li ho avuti da Rita, la mia prima moglie. Poi la più piccola, Nicole, 14 anni, nata da me e dall’allora mia compagna Prisca che conobbi a Chiasso, quando giocavo nell’Inter. Nicole vive ancora in Svizzera con la madre. Con tutti i miei figli ho rapporti frequenti, ci sentiamo spesso”.

Nel giugno del 2012 però lei si è risposato?
“Sì, con Barbara. È una moglie bellissima e con lei ho raggiunto la mia stabilità. Anche lei ha un figlio, ha 13 anni e lo accompagno a scuola e agli allenamenti qui nel campo dove ho iniziato io”.

Anche se oggi è molto più difficile far venire fuori dei talenti. Perché?
“Io ho cominciato a 11 anni. Prendevo la borsa, me la caricavo in spalla e a piedi venivo qui in via Leonardo da Vinci dal Cep dove abitavo. Il calcio era il mio unico pensiero, oggi i ragazzi hanno in testa i telefonini, i computer, internet, gli amici, le amiche. Mostrano più interesse i genitori che li prendono, li accompagnano, li seguono. Ma se non c’è passione non si va da nessuna parte”.

Lei invece a 17 anni andò a Messina…
“Dopo sei anni con Angelo Chianello, un allenatore cui devo tantissimo, il Palermo voleva acquistare sia me che Carmelo Mancuso, un terzino. Ferruzza, presidente della squadra di calcio dell’Amat chiese 35 milioni al Palermo, i rosa ne offrivano 28. Non se ne fece nulla. L’allenatore della rappresentativa Mario De Luca ci segnalò al Messina e andammo in giallorosso. Per 7 milioni non passai al Palermo”.

La prima volta che sfiorò il rosanero. E’ un rimpianto non aver mai indossato i colori della sua città?
“Io credo che ognuno ha un destino, se fossi andato al Palermo magari non avrei fatto questa carriera, evidentemente doveva finire in questo modo. Forse è stato meglio così…”.

Anche perché Messina è il trampolino verso la Juventus…
“Sono stato sette anni a Messina, Mancuso andò prima di me al Milan e fu chiuso da un certo Paolo Maldini. È stato solo un anno a Milano, io invece rimasi in giallorosso e mi trasferii alla Juve dopo aver vinto due campionati e un titolo di capocannoniere dalla C2 alla B, sfiorammo pure la serie A con Scoglio”.

Qual è l’allenatore che le ha dato di più?
“Con tutti ho avuto un bel rapporto, fondamentale è stato per me Chianello che ho avuto nelle giovanili dell’Amat, poi a Messina il tecnico che mi ha lanciato Alfredo Ballarò che mi ha permesso di debuttare in C2, così come Vicini mi ha buttato nella mischia a Italia ’90. Scoglio è stato un padre, ha capito le mie caratteristiche. Lui diceva: ‘Schillaci va lasciato libero, gli dai la maglia, va in campo e deve fare quello che si sente’. E questo mi ha permesso di migliorare le prestazioni, perché mi ha dato molta fiducia, facevo quello che mi sentivo. Poi ho avuto Zeman, lo ritengo uno dei migliori allenatori, sulla fase offensiva è unico, valorizza i giovani, ho vinto con lui la classifica capocannonieri. Ti fa lavorare molto e non guarda in faccia a nessuno, questo forse lo ha penalizzato. Puoi essere anche Maradona, ma con lui gioca chi sta bene fisicamente. E poi ti lascia libero nella vita privata, se però in campo non rendi ti mette fuori”.

Poi alla Juventus trova Zoff…
“Una degna persona, di poche parole. La prima cosa che mi disse fu: ‘Devi giocare come se fossi Messina, non pensare di avere addosso la maglia bianconera’. Questo mi ha dato morale e sicurezza. Andammo bene, vincendo coppa Italia e coppa Uefa”.

Il passaggio dalla Sicilia al Nord per la prima volta, come lo ha vissuto?
“Avevo già viaggiato da piccolo, con la rappresentativa eravamo stati perfino in India per un torneo. Ero felice perché ero juventino e sognavo la Juve. Torino è una città che storicamente accoglie bene i meridionali. Ed io non ho mai avuto problemi di ambientamento…”

Eppure, a parte Baggio, non era una Juventus fortissima come da tradizione e stava certamente dietro al Milan degli olandesi. Le rode un po’?
“Assolutamente no. Perché quel periodo tra fine anni Ottanta e fine anni Novanta è il più bello per il calcio italiano. Ho giocato contro Maradona, Van Basten, Baresi e sono soddisfatto per questo. E poi pur non essendo fortissimi qualche soddisfazione ce la togliemmo vincendo le due coppe e battendo il Milan in finale di Coppa Italia nel 90. Zoff però venne licenziato perché avevano già preso un accordo con Maifredi”.

E come si trovò con il nuovo allenatore?
“Maifredi ha subito la pressione della Juventus. Veniva da Bologna, Voleva strafare, il suo modo di giocare era sbagliatissimo. Ho avuto anche Trapattoni, quello con più carisma”.

Escludendo Italia ’90, qual è il gol che ricorda con più piacere?
“Per un attaccante è importante far gol, è quello che conta. Non c’è un gol in particolare che ricordo. Forse quello al debutto in C2 col Messina, contro il Banco di Roma, perché mi aprì la strada. Le reti che mi hanno reso più famoso sono però quelli dei Mondiali. Ovunque io vada, non mi fanno mai vedere con la maglia di un club ma con quella della Nazionale. Il gol con l’Austria mi ha dato lo slancio. La mia carriera però non è cambiata con un gol, ma con tanti gol, nel settore giovanile, nel Messina, alla Juve e poi in Nazionale e in Giappone”.

Ok, parliamo di Italia ’90, riguarda spesso quelle immagini. Ha videocassette, cimeli di quel torneo?
“Non guardo mai a casa le immagini e non ho registrazioni. Mi basta rivedermi a tutti gli eventi dove vado. Io, i miei occhi spiritati e la canzone di Nannini e Bennato”.

Perché non calciò il rigore con l’Argentina?
“Avevo male agli adduttori già al 90’, ho finito i supplementari soffrendo, Vicini me lo chiese ma io preferii non battere. Avevo fatto 5 gol, anche se lo battevo e lo sbagliavo, avevo comunque già disputato un gran Mondiale, non ho avuto paura”.

A proposito di quella partita, la gente se la prende con Zenga per l’uscita a vuoto su Caniggia. Lei che ne pensa?
“È stato un errore, ma noi abbiamo fatto un grande Mondiale e Walter è stato uno dei protagonisti. Purtroppo quando sbaglia il portiere è fatale…”.

Giocare a Roma e non nella Napoli spaccata da Maradona sarebbe stato meglio?
“Questo non posso dirlo. Certo, l’effetto Maradona ha influito sul San Paolo, anche se tanti napoletani tifavano Italia. Il calendario imponeva Napoli ed è stato giusto così, però l’Argentina di Maradona era meglio affrontarla a Roma. A Napoli si poteva giocare qualsiasi altra partita ma non quella contro l’Argentina”.

Scambierebbe quel titolo di capocannoniere con la vittoria del Mondiale?
“A livello personale direi no, ma avrei preferito fare 2-3 gol e far vincere il gruppo ed esultare con l’Italia intera e tutti i compagni. È ovvio che io a livello personale sono uscito vincitore da quella competizione, ma il bene della squadra viene prima di tutto. E poi penso che non sia stato soltanto il fatto di aver segnato quei gol ad avermi dato questa popolarità, ma il rapporto che si era instaurato con la gente, la mia spontaneità, l’espressione dei miei occhi, il mio essere una persona comune, umile, semplice. Tanti altri giocatori sono stati capocannonieri, ma sono antipatici e non sono popolari come me”.

Un anno dopo a settembre ‘91, gioca la sua ultima in Nazionale, a 27 anni. Non meritava più l’azzurro o non frequentava i giri giusti?
“Anche io spesso mi sono chiesto il perché. Sacchi sostituì Vicini, dopo la mancata qualificazione agli Europei del 1992, e stravolse tutto e mise da parte un bel po’ dei protagonisti di Italia ’90 come me, Ferri, Zenga. Ci considerava ribelli, ma io andavo d’accordo con tutti. Ci sono rimasto male, da parte di Sacchi avrei voluto un po’ più di rispetto”.

Nel 1992, invece, passa all’Inter…
“Avevo voglia di riscatto, avevo iniziato bene, volevo dimostrare di essere ancora quello dei Mondiali, ho avuto parecchi infortuni all’inguine che mi hanno condizionato molto. È un mio rammarico, ma a Milano, anche se giocando poco, ho vinto anche una Coppa Uefa”.

E dopo l’Inter arriva il Giappone, altro che il Nord Italia. Proprio un altro mondo…
“A me è sempre piaciuto viaggiare. L’estero mi affascinava, ho aperto la stagione dei giocatori italiani all’estero. Ho vissuto per 4 anni ad Hamamatsu in una zona di campagna lontano dal caos delle città giapponesi come Tokyo, Kyoto, Nagoya. Iwata era un paese rispetto alle metropoli. C’erano i treni veloci, i giapponesi sono precisi, cordiali, rispettosi, hanno rispetto, è stata una bella esperienza, ho conosciuto un nuovo modo di vivere e mangiare”.

Lì incontra altri due big come Dunga e Vanenburg? 
“Eravamo la spina dorsale. Quando arrivai la squadra era penultima, ho fatto 56 gol in quattro anni, l’ultimo anno avevo problemi alla schiena, era il 1997, lo Jubilo vinse lo scudetto. I giapponesi ci vedevano come insegnanti. Dunga era uno cocciuto, in campo era un allenatore, Vanenburg dirigeva il centrocampo. Io segnavo con Nakayama”.

Ha mantenuto rapporti col Giappone?
“Ho lasciato dei buoni ricordi e lo Jubilo mi ha già invitato due volte per festeggiare gli anniversari della fondazione del club. I giapponesi non sono fessi, parlano poco, ma notano la serietà e tutto il bene che fai”.

La formazione ideale dei compagni con i quali ha giocato.
“Tacconi, Bergomi, Maldini, Baresi, De Agostini, Donadoni, Ancelotti, Dunga, Vanenburg, Schillaci, Baggio”.

A proposito di Baggio. La vicenda della scazzottata?
“Un’esagerazione della stampa. Una mattina, ero abbastanza nervoso, stavo leggendo un giornale nello spogliatoio, Baggio mi disturbava, sgualcendo il quotidiano con i piedi. Gli dicevo di finirla, lui continuava e a un certo punto gli ho dato un leggero colpo con la testa. Di pomeriggio avevamo già fatto pace”.

A Poli, durante una partita fra Juventus e Bologna, invece lei disse “Ti faccio sparare”…
“C’era stato un fallo da rigore su di me, lui si avvicinò in maniera violenta, scalciò, mi sputò. Prima io non reagì, poi andando verso gli spogliatoi lui mi sputò nuovamente e io gli dissi ‘Ti faccio sparare’, ma è stata una frase così, senza senso, mi è scappata”.

Pensare che è lo sportivo palermitano più famoso al mondo cosa le provoca?
“Niente di particolare. Io sono amico di tutti, non sono mai cambiato. Vivo come vivono tutti gli altri, io a Palermo non faccio nessun lavoro, a parte la scuola calcio, lavoro molto al Nord, all’estero, Palermo non mi ha mai offerto nulla. L’unica cosa che ho fatto è questo centro sportivo”.

Fuori cosa fa?
“Faccio il testimonial, lavoro in televisione, mi chiamano come ospite, per eventi, sono cercato da tutti, ma a Palermo no”.

E allora perché vive qui?
“Perché sono innamorato di Palermo. Tutti me lo chiedono: perché non sei rimasto al Nord o in Giappone? Io rispondo che sono innamorato di Palermo, della mia città. Ho girato il mondo e non ho mai visto una città così per monumenti, clima e tante altre cose, anche se per mentalità è indietro. Sono tornato per l’affetto familiare, il calore della gente”.

È stato vicino al Palermo da giovane, ma anche successivamente quando tornò dal Giappone.
“In quel momento al Palermo c’era il presidente Giovanni Ferrara, Gaucci aveva l’intenzione di prendere il club rosanero e mi convocò nei suoi uffici a Roma, mi voleva come uomo immagine e presidente onorario. Ferrara non volle vendere. Disse: ‘A tutti ma non a Schillaci’. Non ho mai capito perché. Poi ho manifestato diverse volte sui giornali la mia voglia di giocare nel Palermo anche a gettoni e perfino gratis, ma nessuno ha mai raccolto l’appello”.

Insomma è una spina nel cuore?
“Avrei voluto chiudere nel Palermo, sarebbe stata la ciliegina sulla torta per la mia carriera”.

E oggi ricoprirebbe una carica dirigenziale per i rosa?
“Non sono un allenatore per scelta. Non voglio impegni, responsabilità, per questo non ho preso il patentino. Mi piace essere libero. Giro il mondo per il calcio, mi diverto, vado in televisione, faccio le cose che mi piacciono. Rispetto Zamparini e l’attuale dirigenza del Palermo, sanno dove sono, certo che mi piacerebbe avere un incarico nei rosa, anche nel settore giovanile, penso che sarei un bel nome da spendere. Ma non chiedo nulla, nemmeno i biglietti per le partite, non vado allo stadio, pur essendo un tifoso”.

Però è più juventino.
“Sì sono juventino, ma ho un debole per i colori della mia città. Vorrei che navigasse sempre in serie A in acque tranquille, so che lo scudetto è impossibile”.

Lei nel 1997 torna dal Giappone, dopo tre anni e contratti con tanti yen. Rimpiange qualche investimento fatto a fine carriera?
“Sì, nella vita certe volte non si dà valore ai soldi. Quando si guadagna tanto, c’è il rischio di fare investimenti sbagliati.

Cosa non rifarebbe?
“Cosa farei piuttosto, sarei rimasto in Giappone fino a 50 anni. Avevo problemi fisici e la voglia di tornare a Palermo è stato un grande sbaglio. Stavo bene lì. Gli investimenti si fanno e si possono fare degli errori, l’importante è rialzarsi. Oggi ho uno dei migliori centri sportivi”.

Rimpiange di non avere studiato e di non avere le competenze per gestire il suo patrimonio mediatico ed economico?
“Sì. Mi sono fermato alla seconda media, avevo la testa sempre al pallone. Non immaginavo di diventare un giocatore così importante ed essere acculturati è fondamentale. Io le chance le ho avute, sono stato consigliere comunale…”

Rifarebbe quell’esperienza?
“No. Ognuno deve fare quello che si sente. Per la politica ci vuole passione e tempo, lavorare per la gente. Io non ne sapevo nulla, non me la sentivo”.

Un’altra parentesi è quella dell’Isola dei Famosi…
“A me piace provare un po’ di tutto, quell’avventura mi metteva a nudo. Ho dato me stesso come sempre. È stata dura, ho capito che significano la fame, avere un pezzettino di pane, essere lontani dalla famiglia. Le sofferenze lì sono reali. Oggi se mi chiedessero di farlo mi dovrebbero pagare a peso d’oro, ma ho arricchito il mio bagaglio di uomo”.

Tornando un attimo alla politica, lo sa che qualche settimana fa su Facebook è nata la pagina “Totò Schillaci al Quirinale”? 

“Sì, me l’hanno fatto vedere e ho sorriso, è mio figlio che gestisce la mia pagina Facebook, mi informa di tutto, io non ho tempo e non so nulla di tecnologia. E poi non mi piacciono i social network, uso solo il telefono per mail e chiamate”.

E dei giocatori che stanno sui social cosa pensa?
“Ognuno della sua vita fa ciò che vuole, io amo la riservatezza, ritengo per esempio Facebook uno strumento che viola la vita privata. Ti fanno una foto e vedono tutti dove sei, questo mi dà un po’ fastidio”.

Nel calcio di oggi in chi si rivede?
“Tevez e Immobile, calciatori che partono da lontano. Io non ero un giocatore statico, sfruttavo dinamicità e velocità”.

E del Palermo chi le piace?
“Dybala. È migliorato tantissimo. Spesso le società non aspettano i giovani, invece con lui c’è stata la giusta pazienza. Gli ha fatto benissimo l’anno di serie B, ha giocato, tecnicamente è fortissimo, può migliorare ancora”.

I giovani sono la via d’uscita dalla crisi per il calcio italiano?
“Bisogna soprattutto limitare il numero di stranieri. Ai miei tempi era difficile che la Nazionale andasse a prendere giocatori da squadre come Sassuolo o Empoli, come accade oggi. Il ct pescava soprattutto da Milan, Juventus, Inter, forse qualcuno della Roma, della Fiorentina. Più avanti si andrà più difficoltà ci saranno ad avere una buona Nazionale”.

A proposito di giovani, suo nipote Francesco Di Mariano, 18 anni, gioca nella Primavera della Roma. Può sfondare?
“Ha iniziato qui nella scuola di calcio, lo abbiamo dato al Lecce. Un paio di campionati in Puglia, ha fatto bene e lo ha preso la Roma per 500 mila euro. Lo ha voluto Sabatini a tutti i costi, è una mezzapunta, ha la mentalità da calciatore, ha bisogno di un prestito in una squadra di provincia di A o in una di B per fare esperienza come è successo a Dybala”.

Un altro suo parente, invece, suo cugino Maurizio Schillaci, un anno fa è finito sui giornali perché non ha un tetto e ha raccontato di vivere alla stazione, dormendo sui treni…
“Mi è dispiaciuto tanto. È stato con me a Messina, era più forte di me, ha giocato anche nella Lazio, non ha sfruttato bene le occasioni ed è stato anche sfortunato. Ci sono rimasto male quando ha detto ai giornali e in televisione che lo dovevo cercare prima. Anni fa gli proposi di allenare i ragazzi, poi dopo qualche giorno non venne più e ho perso le sue tracce”.

Un voto alla sua carriera calcistica?
“Otto”.

E alla sua vita.
“Otto. Ho fatto molti sacrifici, molta gavetta, come nel calcio come nella vita. Non mi posso lamentare, ho fatto delle cose belle e delle cose che non rifarei più, anche a livello sentimentale anche non è stato facile. Oggi però mi sento realizzato con mia moglie Barbara”.

Totò Schillaci a 50 anni ha ancora un sogno nel cassetto?
“Mi piacerebbe avere una scuola calcio, lanciare giovani, lavorare in un grande club che sia il Palermo o che siano altri. E poi mi piacerebbe che il mio nome non finisse mai nel dimenticatoio”.

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Pubblicato il 1 dicembre 2014, in Calcio con tag , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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