Klas operaio va in paradiso

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La vita di Klas Ingesson s’è squagliata in un’alba di fine ottobre. Il vichingo se n’è andato dopo una lotta contro il Male durata cinque anni. Chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare non può averlo dimenticato. Ingesson non era un campione, ma incarnava quella tipologia di giocatore che ogni squadra dovrebbe avere. Poco reclamizzato, mai sui giornali. Mai un’esultanza sopra le righe, lui era la normalità in un calcio che stava diventando anormale.

Quando giocava era una quercia piantata in mezzo al campo, in senso buono. Diga, incursore, Sturm und Drang, tattica. Fisicamente straripante, gran lottatore, bravo di testa, discreta visione di gioco, tocchi di prima, poche ammonizioni, temperamento e coraggio: dal dischetto, ad esempio, era glaciale. Come quella volta che spedì la Samp in B dopo chissà quanti anni.

 

Centonovanta centimetri spalmati su una corazza d’acciaio. Fare l’ode a Klas il guerriero, proprio adesso che non c’è più, pare un eccesso. Eppure, quando ho appreso della sua morte, m’è venuto in mente un episodio. Un Palermo-Bari della primavera del ’97. I padroni di casa sono quasi in C. I pugliesi invece sono a un passo dalla A, e sono sospinti da tanti tifosi, che si sono portati in tribuna il solito striscione portafortuna: “Fascetti vattene”.

 

Nel primo tempo, a cinque metri da me, che ero nel parterre, il giovane Giacomo Tedesco rincorre un pallone disperato a centrocampo e a un certo punto si schianta col colosso biondo del Bari. Il palermitano rimbalza, Ingesson gli ruba il tempo, in modo pulito, se ne va e cambia gioco. Tedesco resta a terra e Rodomonti, quasi seccato, gli dice: “Cresci”. A risolvere la partita, in equilibrio fino alla fine, poi ci ha pensato Nicola Ventola in contropiede, altro ragazzino in campo, mandando la Bari in paradiso.

 

Tedesco e Ventola, forse non sono mai cresciuti. Lui, Klas Ingesson, maturo come un matusalemme, se n’è andato da allenatore. Fino all’ultimo, sulla sedia a rotelle e ormai sfinito dal Male, ha insegnato calcio tra un trapianto e l’altro. Cadeva e si rialzava. Si rompeva e ripartiva. Fino all’ultimo contrasto.

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Pubblicato il 29 ottobre 2014, in Calcio, Coccodrilli con tag , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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