Il ghiacciolo tricolore, il giornalista irlandese e… Fuck Schillaci

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Roberto, mio collega dell’università che ora vive a Dublino, sostiene che la commovente storia di Maurizio Schillaci raccontata dal nostro Ale, si venderebbe bene anche in riva al Liffey. E dunque si parlava d’Irlanda poco fa sulla sua bacheca Facebook.

Anzi, si parlava di Eire. Sì, perché per tutti a Italia ’90 fu Eire. Pat Bonner, Niall Quinn, Tony Cascarino. Quei giganti vestiti di verde erano pure simpatici. E noi palermitani li avevamo visti per due volte da vicino, alla Favorita. Zero a zero deludente contro l’Egitto e uno a uno decisivo per la qualificazione contro l’Olanda. Due pareggi nel gruppo che forse ha registrato il numero più alto di X nella storia: cinque su sei partite.

La banda di Jackie Charlton diventò improvvisamente antipatica, un lunedì. Aveva battuto la Romania ai calci di rigore, dopo il quarto pareggio su quattro gare, e sarebbe stata l’avversaria dell’Italia se gli azzurri di sera avessero superato l’Uruguay. Schillaci e Serena trasformarono i simpatici irlandesi in minacciosi ostacoli sulla strada verso la finale dell’Olimpico.

Di quell’Eire si parla in “Repubblica è una bellissima parola”, racconto di Roddy Doyle (lo stesso che ha scritto il romanzo che ha ispirato il film “The Van” ambientato proprio nel periodo di Italia ’90) nel volume curato da Nick Hornby dal titolo “Il mio anno preferito”. Tra le righe si legge l’atmosfera festaiola di quei giorni a Temple Bar. E proprio il mio amico adottato dalla capitale irlandese ha ricordato. “Tempo fa, i manifesti pubblicitari di un gelato confezionato invasero Dublino, lo slogan era: ‘Ha il sapore dell’estate 1990′ “.

A Palermo, storicamente, il ghiacciolo venduto allo stadio è all’arancia, ma ha il sapore dei gol. Ma nell’immaginario dei tifosi di calcio non può mancare un altro ghiacciolo. E’ quello tricolore al gusto di menta, limone e amarena prodotto dall’Algida appunto nel 1990 in omaggio alla Nazionale di Vicini.

Ne mandai giù tantissimi quel sabato 30 giugno. Credo costasse 500 lire e in regalo c’era anche una specie di bandiera. A me bastava aprire il banchetto della pasticceria dei miei genitori e dei miei nonni per averne uno.  Sentivo caldo ed ero nervoso.

Perché c’erano i quarti di finale contro l’Eire e perché c’era un giornalista irlandese che aveva chiesto di vedere la partita nel nostro negozio per capire che clima si respirasse nello stesso quartiere di Schillaci.

Organizzammo tutto alla grande, televisore gigante e pasticceria aperta fino a tardi. Match sofferto, forse un po’ più del previsto, ma alla fine il solito gol di Schillaci su respinta imperfetta di Bonner. Gelati e birra per tutti, il giornalista prendeva appunti.

L’articolo non lo vedemmo mai da nessuna parte. Non c’erano link postabili su Facebook, né e-mail. Ho ancora oggi il dubbio, però, che quell’irlandese lì non fosse un giornalista, ma uno che volle vedersi la partita a scrocco. Anche se la davano ovunque, Sky non esisteva e Pizzul non fece seimila giri di parole per urlare che “è ancora Schillaci che la mette dentro”.

Sergio, un altro nostro collega ai tempi dell’università, ricorda che nel film “The Van”, Larry, uno dei protagonisti, interpretato dall’attore Colm Meaney, all’indomani di quella partita indossa una maglietta con su scritto “Fuck Schillaci”.

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Pubblicato il 14 ottobre 2013, in Calcio, Cinema con tag , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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