Franco, Chicco e l’Intercontinentale

Il gol di Evani in Milan-Nacional Medellin

FRANK

E’ domenica 17 dicembre 1989, è l’alba, mio padre si sveglia per andare al lavoro, fa il pasticciere. Prima di scendere mi chiama: “Franco, Franco…”. Un altro Franco è dall’altra parte del mondo. In Giappone,  a Tokio. Indossa una maglia rossonera numero 6 fuori dai pantaloncini, una fascia di capitano e e si appresta a scendere in campo per giocarsi la Coppa Intercontinentale. Papà mi ha svegliato proprio per questo. C’è Milan-Nacional Medellin.

E io, sei anni, la sera prima glielo avevo chiesto: “Per favore, papi, domani mattina chiamami per la partita”. “Ma sei pazzo, inizia alle 6”. Sì, sono malato, di calcio e anche se Gullit e Van Basten non mi stanno proprio simpatici, quella finale la voglio vedere. Papà mi accontenta. Mi sveglio, accendo il televisore e lo metto a volume bassissimo. Mia madre e mio fratello sono ancora a dormire.

Io sogno. Con le insopportabili trombette giapponesi (altro che vuvuzelas), con i lunghi riccioli di Higuita. Con quei colombiani con la maglia verde che rendono dura la vita al Milan di Sacchi. Novantesimo, zero a zero. Supplementari, risultato inchiodato. Nessun gol, ma sono sempre più sveglio. Mentre penso già ai rigori e a Higuita che sa pararli, Van Basten si prende una punizione dal limite. Sul pallone va Evani, sinistro morbido sopra la barriera e gol. Evani Alberigo, è uno dei tanti in mezzo a Baresi, Maldini, Gullit, Van Basten. Evani Alberigo, detto “Chicco”, regala un sogno a Baresi Franco, che alza la coppa. E un desiderio all’altro Franco, sei anni, sveglio all’alba agli antipodi di Tokio. Quella coppa in mano al capitano della sua squadra.

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Pubblicato il 17 dicembre 2011, in Calcio con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. La Gazzetta dello Sport la mattina prima per presentare la finale aveva scelto un titolo didascalico ma efficace. ALBA MONDIALE. E a pensarci bene proprio nell’orario assurdo in cui era programmata la finale stava una parte del fascino di quella Coppa Intercontinentale. Per questo non la perdevo mai. Anche quell’anno. Anche se non ero milanista. Anche se l’incontro non andava proprio in diretta diretta. Mediaset -anzi Fininvest – non poteva ancora farlo per legge. Lo proponevao con venti minuti di ritardo che, a fine evento, diventava mezzora o anche di più. Tutta colpa della pubblicità che propinavano. Poco male. Non era difficile fare finta che fosse tutto live. Bastava non cambiare canale per non rischiare di imbattersi nel risultato. Anche se, a ben vedere, le news televisive della domenica mattina nel 1989 erano una rarità e gran parte dei canali a quell’ora dormivano. Quindi un mini zapping, magari uno solo, me lo potevo permettere. Pensavo. Prima dei supplementari così decido di spingere il tasto più sul mio telecomando: Canale 7 Tmc. In onda il solito orrido monoscopio con l’audio di Radio Montecarlo. La speaker sta dando una notizia di cinema (nessun rischio quindi): Lee Van Cleef, attore protagonista di diversi film di Sergio Leone, ci aveva lasciati all’età di sessantaqualcosa anni. Indugio qualche secondo sul canale, tento di ricordarmi chi fosse e appena mi viene in mente la conduttrice di cui sopra cambia repentinamente il tono. “E ora invece una buona notizia: il Milan è campione del mondo”. Ecco. Bene. Mi scappa un doveroso Porcatroia. Metti la sveglia alle 6, ti becchi una partita intera e poi non riesci a goderti il momento decisivo. E’ brutto quanto ti rivelano il finale di un film prima che vai a vederlo, ma se te lo sussurrano quando già sei al cinema sinceramente è molto molto peggio. Il gol di Evani lo vedo quando il sole inizia a illuminare la mia stanza. Alba mondiale appunto, con un pizzico di beffa compresa nel prezzo.

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