Palermo-Boavista e il nuovo Pelè: storia della partita giocata al buio

ALE. Luci alla Favorita di quella sera. Che c’è di strano siamo stati tutti là. Palermo-Boavista, amichevole di lusso, in una notte di mezza estate. Quella del 1996, della squadra dei picciotti che dopo avere stupito tutti fanno sognare il ritorno in A. Calcio d’agosto, 21 anni fa esatti. Gli occhi sono tutti per Nii Odartey Lamptey, il nuovo Pelè. Appena cinque anni prima aveva trascinato il suo Ghana al trionfo nel mondiale under 17, quello in cui Del Piero viene eliminato subito con la sua Italia. Lamptey profuma di talento. Purissimo, che solo qualche stagione prima in tanti avrebbero fatto follie per averlo. E’ il ’96, e Bosman e con la sua sentenza shock, da qualche mese ha scombussolato il calcio, aprendo le porte agli stranieri senza distinzione di categorie. Anche in B arrivano i talenti dall’estero.

E’ una novità contagiosa, scatta la caccia al colpo esotico: il Palermo si fionda subito su Stephan Paille, francese (ex Nazionale), attaccante del Caen. Ma viene subito scartato, dopo una amichevole a Marsala nella primavera del ’96. Paille finirà poi indagato in un’inchiesta giudiziaria per traffico internazionale di stupefacenti. Il colpo però il Palermo sembra farlo con Lamptey, ghanese della scuderia del procuratore Antonio Caliendo. Arriva a Norcia, viene accolto da Ignazio Arcoleo, che inizia a studiarlo. Poi il ritiro finisce e il Palermo arriva a casa per prepararsi all’inizio della nuova stagione.

Al primo allenamento si presentano 5 mila. Guido Monastra cerca il più atteso. E’ Lamptey, che è un tipo un po’ particolare. Al punto che si cimenta subito nel dialetto palermitano: “Vuogghiu spunnari a riti” (voglio sfondare la rete), dice ridendo ai microfoni del giornalista. Le telecamere lo riprendono, i tifosi ridono e fantasticano. Così arriva l’amichevole di lusso, quella in cui il presidente Giovanni Ferrara esibisce il regalo per i tifosi. Palermo-Boavista in una notte caldissima e affollata. I portoghesi sono forti: vengono dal quarto posto in campionato e si preparano per la Uefa. Lamptey gioca con il numero 10: insieme a Vasari, appoggia la punta Saurini, che in precampionato ha impressionato.

La partita si rivela un disastro ed è lo specchio della tragicomica stagione che porterà il Palermo in C. Dopo 20 minuti infatti si spengono le luci. Due riflettori perdono lentamente d’intensità, poi si arrendono. In seguito al provvisorio malfunzionamento dell’impianto di illuminazione, l’arbitro sospende brevemente la partita. Il Boavista è già in vantaggio e Lamptey non ha toccato un pallone. Dopo mezz’ora la situazione non cambia, anzi anche le altre torri faro iniziano a dare segni di cedimento. In poche parole: non si vede quasi niente. Altro che Marsiglia-Milan. E altro che Boavista.

La vista è pessima. Ma a questo punto, invece di mandare tutti a casa, l’arbitro decide di proseguire. Probabilmente lo chiedono gli allenatori, che vogliono mettere altri minuti sulle gambe dei giocatori. Il Boavista passeggia sul Palermo, va sul 3-0. La partita finisce prima della mezzanotte, i padroni di casa fanno in tempo a segnare il gol della bandiera con il baby Cacicia, prodotto locale. E Lamptey? Non pervenuto.

Qualche giorno dopo la sua avventura in Sicilia è già finita. Arcoleo sceglie l’usato sicuro: il 33enne Ninuzzo Barraco. Il nuovo Pelè finisce in Laguna, lo prendono Marotta e Zamparini per il loro Venezia. Ma giocherà pochissimo. Poi un lungo girovagare nei meandri del dimenticatoio. Perché Nii Odartey Lamptey è un talento che si è perso nel buio di quella sera. Un lampo di una notte estiva. Evaporato all’improvviso, tra raggiri di agenti e magia nera. Palermo scusa, stavo scherzando. Per il Pelè venuto dal Ghana luci alla Favorita non se ne accenderanno più.

Frank Zappa a Palermo: storia del concerto finito a “schifiu”

ALE. Quando Zappa atterra a Palermo, da qualche parte – in cielo – c’è una Coppa del Mondo che “riposa” sul tavolino di un aereo. Pertini – presidente della Repubblica – gioca a scopone in coppia con Zoff e sta perdendo contro Causio e Bearzot. Sono anni di bombe, baffi e leggende. E’ il cuore dell’estate 1982. Qualche ora prima l’Italia ha trionfato in Spagna conquistando il suo Mundial, Palermo ha appena festeggiato insieme al resto dello Stivale e si prepara per l’evento degli eventi. Tutto esaurito, e non potrebbe essere altrimenti, per il Genio di Baltimora. Incredibile ma vero: c’è Frank Zappa alla Favorita. E’ il 14 luglio 1982, 35 anni fa esatti, e l’afa palermitana cucina un mix perfetto tra sacro e profano.

Il camaleontico cantautore statunitense sbarca a Punta Raisi il giorno prima. La notte fa un giro a Partinico, a caccia delle origini, poi rientra a Palermo, per rilassarsi in vista del concerto dell’indomani. Altro che presa della bastiglia. E’ un 14 luglio che profuma di rivoluzione. Giornata calda, il sole spadroneggia già dal mattino, e memorabile. Palermo si divide in due. C’è chi si incammina verso il centro per celebrare la Santuzza, chi invece è in ansia per l’arrivo di Frank Zappa e inizia il pellegrinaggio verso viale del Fante. La scelta del giorno sinceramente è discutibile. C’è il Festino, un fiume umano invade le strade, mentre a pochi chilometri di distanza esplode l’adrenalina per l’ultima tappa europea di Zappa. Energia e passione: ad attendere l’idolo americano c’è una Palermo straripante di entusiasmo. E’ un mercoledì sera, da leoni. Il biglietto costa ottomila lire. Dopo Danimarca, Svezia, Germania e Inghilterra, Zappa sta chiudendo il tour nel Vecchio Continente (quello che poi darà vita all’album “The man of Utopia”) con un concerto a Palermo, alla ricerca delle radici (il padre era di Partinico). “Avevo aspettato tutta la vita quel concerto e invece è finito tutto a schifiu. Ancora adesso ci penso e sto male – ricorda Fabio Macaluso, uno dei ragazzi dell”82 -. E’ una ferita ancora aperta”.

Perché questa è la storia di un concerto maledetto, in una notte di mezza estate. E che estate, per Palermo. Cominciata con la strage della circonvallazione – a metà giugno – e chiusa con l’omicidio di Dalla Chiesa, il 3 settembre. Si spara e si piange, la mafia fa quello che vuole, la città si guadagna paragoni poco invidiabili. Palermo come Beirut, Palermo capitale della malavita. Eppure il treno del riscatto passa all’improvviso, a velocità supersonica. E atterra sul prato spelacchiato della Favorita. Quando alle 21 inizia il concerto, la folla saluta con un boato: sotto i baffi di Frank Zappa c’è una città che si sente finalmente “normale”, proiettata in una dimensione speciale, quella del grande rock. Ma siccome questa è la storia di un concerto da incubo, quella che si materializza è una notte fallimentare. Iniziata in modo promettente, con il check sound apripista, con tanto di band che improvvisa quattro calci al pallone sul prato. Ma è un fuoco di paglia.

E’ tutto sbagliato: la scelta della data e quella “logistica”. Il palco è sistemato sotto alla tribuna, all’altezza del centrocampo. La capienza è di 25 mila, quella massima consentita. La gente affolla la Curva Nord e la gradinata, all’ombra di Monte Pellegrino. Ci sono almeno 50 metri tra palco e pubblico. La resa visiva e acustica è disastrosa. I musicisti – c’è anche un giovanissimo Steve Vai – sono dei puntini lontani e la musica arriva quasi “difettosa”. Non un granché per un concerto di questa portata. Anzi, sembra un incubo. “Così improvvisamente tre ragazzini decidono di scendere ed avvicinarsi al palco – dice Fabio Macaluso, che srotola la pellicola dei ricordi – e rompono un cancelletto. Di lì a poco tanti altri si mettono in scia e invadono il prato. A quel punto si crea il caos. Le forze dell’ordine intervengono pesantemente lanciando lacrimogeni ad altezza uomo. Si scatena il panico totale”.

La scelta di sistemare il palco lontano dal pubblico forse era stata fatta per tutelare il prato e non creare problemi al Palermo calcio. Decisione discutibile con il campionato in vacanza, in pieno luglio. Così mentre a pochi chilometri di distanza impazzano i fuochi e la folla celebra la Santuzza, altrove c’è una Palermo che fa a pugni con la storia. “E’ stato tutto assurdo – è il ricordo dei presenti -. Non c’è stato alcun assalto. Carabinieri e poliziotti non erano minimamente coordinati. E’ stata una reazione esagerata. Bastava mettere tre agenti davanti al cancello per impedire qualsiasi invasione”.

Sul prato e sugli spalti piove una raffica di lacrimogeni. In un attimo, il pubblico cerca di tornare sui propri passi, si muove per raggiungere l’uscita. Qualcuno riesce a scavalcare e guadagnare le scale. Altri trovano le porte chiuse e la polizia ad aspettarli. Spintoni, urla, manganellate, sangue. Sono passati 30 minuti dall’inizio del concerto ed è già quasi tutto finito. Zappa canta, poi piange. Ci riprova. Allora chiama Massimo Bassoli, storico amico e biografo dell’artista (nonché autore del brano “Tengo na minchia tanta”). “Massimo come here”, urla a gran voce. La risposta è inoltrata alla folla: “State seduti per favore”. “Massimo, what is happening?”.  “E’ tutto a posto”, cerca di rincuorarlo l’amico. Ma non è vero. Perché invece alla Favorita sta succedendo l’impossibile.  Zappa ripete: “Easy, easy”. E’ una tempesta di lacrimogeni. Un candelotto finisce sul palco e sfiora il batterista. Sotto c’è una guerra, tra spari e lanci di pietre. “Basta, andiamo via”. Dopo 40 minuti Zappa si rintana in camerino. Il concerto è finito. “Abbiamo provato a resistere ma non c’erano le condizioni – ricorda Macaluso -. E’ stata una vergogna mondiale che Palermo non cancellerà mai. Ricordo che c’era caldo quel giorno, abitavo lì vicino. C’era l’attesa spasmodica, gente che contava i minuti prima dell’inizio. C’era euforia, si respirava l’aria del grande evento. Poi è stato rovinato tutto”.

L’unica cosa che rimane da fare – pensano molti palermitani disillusi – è sfogare la rabbia fuori dallo stadio, per quella che reputano un’assurda e immotivata reazione di alcuni poliziotti. Probabilmente – è la versione popolare – molti di loro avrebbero preferito partecipare al Festino e per loro essere di servizio al concerto era insopportabile. E’ una notte lunga. I disordini proseguono fino a tardi. “I lacrimogeni arrivarono in via Croce Rossa, l’aria ovunque era irrespirabile, la gente si era chiusa in casa con finestre chiuse – è la testimonianza di Macaluso -. E’ stato un disastro, una delle pagine più dolorose della mia adolescenza”. Gli spettatori sfollano, dispersi e inseguiti, tra botte e lacrimogeni. Scoppia una guerriglia tra le strade attorno allo stadio. La polizia carica, i fan rispondono. I tafferugli palermitani fanno il giro del mondo. Dopo il concerto si rincorrono le accuse. Gli organizzatori puntano il dito contro la polizia: la responsabilità è tutta loro – dicono – e alla leggerezza con cui hanno fatto ricorso ai gas lacrimogeni. La questura replica che il vero timore era che tutti gli spettatori della gradinata potessero entrare in campo.

E Zappa? Chi lo conosceva bene ha più volte sottolineato la delusione per la figuraccia in quello che doveva essere un ritorno a casa.  Ma la culla palermitana lo ha respinto subito dopo 40 minuti insipidi. La star di Baltimora rimase molto scossa anche da altre cose che accaddero durante il tour italiano del 1982, fra le quali le moltissime zanzare che si ritrovò sul palco a Milano (“perché un concerto in un parco?”, si domandava infuriato). Dell’esperienza palermitana rimane il ricordo della guerriglia e uno striscione con scritto “3-1 Vaffanculo” (con riferimento alla vittoria dell’Italia contro la Germania Ovest nella finale dei Mondiali spagnoli, 48 ore prima) che finirà sul retro della copertina del disco dell’anno dopo, il 1983, “The Man From Utopia”, ispirato a quel tour. Nell’immagine della cover c’è Zappa che allontana le zanzare con una paletta. C’è tutta la sintesi della sua parentesi italiana. Insetti, spari e lacrimogeni. Zappa con quella paletta riuscirà a scacciare le zanzare. Ma non la notte di Palermo.

L’ultimo fischio di Rizzoli: quando a 29 anni fece infuriare il Palermo

ALE – “Non mi chiedete cosa è successo, non ero io l’arbitro”. E’ una furia Giuliano Sonzogni, l’allenatore, solitamente uomo tranquillo. I suoi baffi spettinati dicono tutto. “Non abbiamo vinto, ma la colpa non è nostra. Abbiamo giocato bene, poi qualcuno ha deciso di rovinarci”, si sfoga Max Cappioli, il simbolo. “Abbiamo giocato forse la miglior gara in trasferta della stagione, ma l’arbitro ha compromesso i nostri sforzi”, rincara la dose Ciccio Brienza, il talentino. Montalbano (Vincenzo), il duro, va giù pesante: “Qualcuno ha aiutato l’Ascoli a pareggiare e il rigore del 2-3 è inventato. Anche Passiatore non voleva crederci e ha sorriso, quando l’arbitro ha dato il rigore”. Ascoli-Palermo è finita da un quarto d’ora: 3-3 vibrante e spettacolare.

Sono le 16.30 del 7 gennaio 2001. Sala stampa del “Del Duca”: partita maschia, serie C1, sfida al vertice. Pioggia, fango, battaglia, gol e torti. Tutti contro uno. Quell”‘uno” è un certo Nicola Rizzoli, un ragazzo bolognese di 29 anni con i capelli sempre a posto, che neanche il diluvio di Ascoli Piceno è riuscito a spostare. Occhi chiari, polsino nero, sguardo fisso sull’azione. In quel pomeriggio marchigiano di 16 anni fa riesce nell’impresa di fare imbestialire una squadra intera. Dal giocatore più tranquillo a quello più focoso. Rizzoli è il “colpevole”, il vero protagonista della giornata. Nessuno sa che 13 anni dopo proprio lui diventerà il fischietto principe del mondo, con quel Germania-Argentina, finalissima di Brasile 2014, nella notte più sognata da ogni ragazzino che inizia ad arbitrare.

Eppure, all’inizio di tutto, Rizzoli fu costretto a ingoiare la sua oliva ascolana. Un pomeriggio che rischiò di spezzare all’alba la sua carriera. Le cronache di quel piovoso pomeriggio sono spietate. Palermo si scaglia contro questo giovane arbitro, sconosciuto, pettinato, dai modi cortesi ma decisi, che ha sbagliato tutto. Di professione Rizzoli fa l’architetto, è equilibrato e disponibile al dialogo coi giocatori. Frettoloso e casalingo, come spesso capita nei campi della terza serie. Palermo non ci sta. A tre minuti dalla fine i rosa stanno per portare a casa una vittoria fondamentale. Vincono 3-1, La Grotteria e Bombardini gestiscono in pieno controllo. La gente sfolla, lo stadio è deserto. Poi però si sveglia Rizzoli e cambia la musica. Un rosso (al difensore Giampietro), due rigori in zona Cesarini (uno completamente inventato, quello del 2-3) e la frittata è fatta. Scatta la caccia all’arbitro, schizzano le accuse e sono schegge di fango che sbattono sulla giovane giacchetta nera.

“Tranquilli – sentenzia qualcuno -. Questo Rizzoli ha 29 anni. Tra poco cambierà hobby e la domenica non rovinerà più nessuno”. Tredici anni dopo però sbucherà ancora col pallone in mano. E lo fa nel tunnel del Maracanà, con Messi alle sue spalle e Lahm al suo fianco. Oggi Rizzoli è un pensionato. Ha appena detto basta. Non se l’aspettava nessuno, perché poteva continuare per un altro anno. Sarà lui il nuovo designatore di Serie A. E forse oggi – che è tutto finito – ripenserà ai “vaffanculo” di Totti, alla finale dei mondiali brasiliani. Ai premi ricevuti, ai rigori dati e non dati, ai cartellini dimenticati. E a quella volta che fece infuriare il Palermo. Addio campo, lo aspetta una scrivania. Perché stavolta la vita ha fischiato solo due volte. C’è il secondo tempo. Buona fortuna, Rizzoli. In fondo chi passa dal deserto del Del Duca agli 80 mila del Maracanà è capace di tutto.

Palermo Pop 70, altro che Radio Italia

PALERMO POP 70 - 2-2-2

ALE

Tre giorni di pace, amore e musica. Intrecciati per sempre nella storia. Un’adunata rock senza precedenti per Palermo: in viale del Fante soffia il vento di Woodstock. Succede 47 anni fa, quando Gabbani, Rovazzi, Le Vibrazioni, Nina Zilli non erano neanche nati. Palermo Pop 70 è un concerto da leggenda, con Duke Ellington, Aretha Franklin, gli Exseption, Arthur Brown che si esibiscono davanti a centomila giovani. Chiedetelo ai “ragazzi” palermitani over 60 che uscirono trasformati da quell’esperienza, così sconvolgente e irripetibile, cosa è stato quell’evento. Il concerto di Radio Italia, programmato per stasera al Foro Italico, sta monopolizzando una città, tra misure di sicurezza, limitazioni al traffico e grande partecipazione di pubblico. Ma – ci perdonino i fan di Ramazzotti e Gabbani – ha poco a che vedere con quello che successe dal 17 al 19 luglio del 1970.

Leggi il resto di questa voce